Crans Montana, ragazzi morti a Capodanno: non chiamatela fatalità
In queste righe non c’è il distacco che ho sempre cercato di mantenere nei miei interventi e nei miei scritti. Oggi non ci riesco proprio. Le immagini dei ragazzi e delle ragazze morti a Capodanno nella località di Crans Montana in Svizzera scorrono in televisione e sui social come numeri, ma non lo sono: sono volti, sono vite, sono assenze che gridano. E mentre li guardo penso che quel volto avrebbe potuto essere quello di un nostro fratello, di un nostro amico, di un nostro figlio. O il nostro stesso volto. Quando il nuovo anno si apre con delle bare, diventa impossibile continuare a fingere che tutto questo sia normale. Normale cosa? Inseguire il guadagno a ogni costo? Cercare sempre di incassare di più, come se il denaro fosse l’unico metro con cui si può misurare il successo, il divertimento, persino la vita stessa? Dietro quei volti c’erano progetti, sogni, desideri. C’era il futuro di ragazzi che oggi non ci sono più. E il dolore diventa insopportabile se si pensa a chi era lì, a chi ha visto morire davanti ai propri occhi un amico, la propria ragazza, una persona amata, divorata dalle fiamme. Un vuoto che nessuno potrà mai colmare, perché certe assenze non si sostituiscono: si impara solo a portarne il vuoto, ogni giorno, in silenzio nel proprio cuore. Ci ripetiamo che sono tragedie, che capitano, che nessuno poteva prevederlo. Ma a forza di chiamare “fatalità” ciò che nasce da scelte precise rischiamo di assolvere tutto e tutti. La sicurezza non è un dettaglio, non è un fastidio burocratico, non è un costo che bisogna cercare di ridurre al massimo. È il confine sottile tra tornare a casa e non farlo mai più. E quando quel confine viene spostato per guadagnare di più, anche solo un po’ di più, il prezzo lo paga sempre qualcuno che non ha scelto. Tra qualche giorno i riflettori si spegneranno. I titoli passeranno nel dimenticatoio e i commenti diminuiranno. Commenti che (lasciatemelo dire), sui social, hanno già mostrato il loro volto peggiore: c’è chi accusa i ragazzi per il solo fatto di essersi recati li a festeggiare e chi, con una leggerezza disarmante, giustifica l’assenza di regole e controlli. Quando la colpa viene rovesciata sulle vittime, non è solo il rispetto a mancare: è l’umanità stessa. Le immagini smetteranno di scorrere. Ma il dolore no. Resterà nelle stanze vuote, nei telefoni che non squillano più, nei compleanni che non verranno mai più festeggiati. Ed è lì che si misura davvero il valore che diamo alla vita: in ciò che facciamo quando nessuno ci guarda più. Il valore di una vita non si misura in incassi, né in metri quadri, né in serate riuscite. Si misura nel fatto che quella vita torni a casa. Sempre. Se per guadagnare di più accettiamo anche solo la possibilità che qualcuno muoia, allora non abbiamo perso solo dei ragazzi a Capodanno: abbiamo perso il senso stesso della nostra umanità.
5 Commenti
Non ho mai pianto leggendo un articolo, complimenti ♥️
RispondiEliminaRispecchia il tuo grande animo e la tua sensibilità Bruno, non ti devi scusare se non sei riuscito a mettere da parte le emozioni
RispondiEliminaHai centrato in pieno tutti gli aspetti si potevano trattare sulla tragedia dei ragazzi in Svizzera, sono pienamente d'accordo con te
RispondiEliminadavvero molto toccante
RispondiEliminaleggo con molta attenzione, davvero molto interessante complimenti Bruno
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