Senza politica culturale non c’è futuro

  



Parlare di futuro senza parlare di cultura è un esercizio vuoto. La cultura non è un ornamento, né un lusso da concedersi nei momenti di prosperità: è l’infrastruttura invisibile su cui si reggono l’identità collettiva, la capacità critica di una società e la sua stessa possibilità di immaginare il domani. Senza una politica culturale chiara, continuativa e inclusiva, il futuro si riduce a una somma di emergenze, di interventi improvvisati e di occasioni perdute. Una politica culturale non significa soltanto finanziamenti a musei, teatri o festival, pur necessari. Significa visione. Significa riconoscere che educazione, patrimonio, creatività contemporanea, ricerca artistica e accesso alla conoscenza sono parti di un unico ecosistema. Quando questo ecosistema viene trascurato, i danni non sono immediatamente visibili come quelli di un ponte che crolla, ma sono più profondi e duraturi: si impoverisce il linguaggio, si indebolisce il pensiero critico, si spezza il legame tra generazioni. In assenza di una strategia culturale, la cultura diventa episodica e fragile. Sopravvive grazie alla buona volontà di singoli operatori, associazioni o amministrazioni illuminate, ma senza continuità. I progetti nascono e muoiono nel giro di pochi anni, spesso legati a bandi temporanei o a mode passeggere. Questo produce precarietà non solo economica, ma anche simbolica: chi lavora nella cultura fatica a progettare il futuro, e il pubblico viene educato all’idea che la cultura sia un evento occasionale, non un diritto. Una politica culturale, invece, ha il compito di creare le condizioni perché la cultura sia accessibile, diffusa e partecipata. Vuol dire investire seriamente nell’educazione artistica e umanistica fin dalla scuola, sostenere le biblioteche e i presìdi culturali nei territori marginali, valorizzare il patrimonio senza trasformarlo in un parco tematico per turisti. Vuol dire anche riconoscere la cultura contemporanea come uno spazio di sperimentazione e di conflitto, non come un semplice strumento di intrattenimento o promozione.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: la cultura è anche economia. Le industrie culturali e creative generano lavoro, innovazione, attrattività internazionale. Ma senza una politica che le sostenga in modo strutturale, rischiano di diventare settori ad alta precarietà, dove il talento viene sfruttato e poi disperso. Un Paese che non investe in cultura finisce per esportare i suoi creativi e importare modelli, perdendo sovranità simbolica oltre che economica. 

Senza politica culturale cresce anche il divario sociale. Chi ha già strumenti, reti e risorse continuerà ad accedere alla cultura; chi ne è privo resterà escluso. La cultura, invece, dovrebbe essere uno spazio di incontro e di emancipazione, capace di ridurre le disuguaglianze e di offrire nuove possibilità di senso. Quando questo non accade, il terreno si fa fertile per la semplificazione, la paura dell’altro, la perdita di fiducia nelle istituzioni e nella democrazia stessa. 

Una politica culturale è essenziale per affrontare le grandi sfide del nostro tempo: la transizione digitale, la crisi ambientale, le trasformazioni del lavoro, le migrazioni. Nessuna di queste questioni può essere risolta solo con strumenti tecnici o economici. Serve un cambiamento di immaginario, di valori, di narrazioni condivise. Ed è proprio questo il campo della cultura.

Dire che senza politica culturale non c’è futuro non è uno slogan retorico, ma una constatazione. Il futuro non si costruisce solo con infrastrutture materiali, ma con idee, visioni e competenze critiche. Investire nella cultura significa investire nella capacità di una società di comprendere se stessa e di reinventarsi. Senza questa capacità, il futuro smette di essere una possibilità e diventa solo qualcosa da subire.



Scritto da Lara Cosentino 

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