Uno dei migliori trombettisti dell’attuale scena internazionale, Paolo Fresu, definisce così Miles Dewey Davis III, in arte Miles Davis: “uno che davvero ha cambiato la storia della musica più e più volte”.
Miles Davis nasce in una famiglia borghese il 26 maggio 1926 ad Alton, città dell’Illinois affacciata sul Mississippi, figlio di un dentista e di una violinista e pianista originari dell’Arkansas.
Spinto dalla madre ad interessarsi alla musica, dopo le prime lezioni di violino, nel 1935 Miles riceve in dono la prima tromba da John Eubanks, un amico del padre: ne rimane affascinato.
A 13 anni suo padre gli regala la prima tromba professionale, con cui Davis inizia ad esibirsi in alcune band locali, dopo aver preso lezioni private da un maestro tedesco, Joseph Gustav.
Il primo concerto si tiene nel 1943, a 17 anni, con i Blue Devils, accompagnando un giovane Fats Navarro, che già suonava da qualche tempo a New York e si fa apprezzare per la sua spiccata personalità.
Nel 1944 la folgorazione: al Riviera Club di St. Louis, Davis assiste ad un concerto della Big Band di Billy Eckstine; oltre a lui, militano Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Sarah Vaughan, Buddy Anderson e Art Blakey. Si avvicina a lui proprio il grande Gillespie che gli chiede di sostituire il trombettista Anderson che era indisposto e proprio da qui partirà la sua straordinaria carriera di musicista.
Una volta diplomatosi nel 1944, si trasferisce a New York dove entra in contatto con Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Thelonious Monk. Qui si afferma, grazie al suo straordinario istinto. Assorbe qualsiasi cosa, ma non abbraccia mai il virtuosismo. Il suo è un approccio innovativo, basato sull’intuizione, come spiega benissimo in questo passaggio: “non suonare quello che c’è, suona quello che non c’è”; appunto, “less is more”. Aggiunge: “È il silenzio tra le note che crea la musica”.
In Birth of Cool, album del 1950, decide di rallentare, normalizzare un jazz fino a quel momento caratterizzato da ritmiche forsennate, armonie complicate e assoli insistiti, ispirandosi alla musica classica e afroamericana, dando vita a uno dei capolavori del movimento cool jazz, grazie, anche, all’intervento di un altro grande musicista, Gil Evans.
La perfetta sintesi del suo pensiero musicale è proprio questa: meno note, più significato.
In Kind of Blue, del 1959, scrive un’ennesima pagina memorabile per il jazz, inaugurando la tecnica modale applicata alla teoria musicale di George Russell. Risulterà il disco jazz più venduto di sempre, con ben 5 milioni di copie.
La musica diventa totale libertà, ragionamento ed estro: “la musica è diventata densa. La gente mi dà dei pezzi e sono pieni d'accordi e io non li so suonare. Penso che nel jazz stia prendendo piede una tendenza ad allontanarsi dal giro convenzionale degli accordi e una rinnovata enfasi sulle variazioni melodiche, piuttosto che armoniche. Ci saranno meno accordi ma infinite possibilità su cosa farne”.
Dal periodo classico si passa al periodo elettrico, iniziato da In a Silent Way del 1969, Bitches Brew e A Tribute to Jack Johnson, entrambi del 1970, con cui introduce una forma di jazz-rock, definita in seguito jazz fusion, si alternano musicisti di alto spessore: da McLaughlin ad Hancock, passando a Zawinul, Tony Williams e Lenny White, fino a un giovanissimo e formidabile Billy Cobham.
Dirà Miles: “c’erano in giro un sacco di cose nuove […] che mi stavano portando verso il futuro”, evidentemente influenzato dalla sua seconda moglie, ascolta Jimi Hendrix, Sly e James Brown e cambia radicalmente tutta la sezione ritmica dello storico quintetto; da Ron Carter si passa a Dave Holland, da Herbie Hancock a Chick Corea e dal 1969 il batterista Jack DeJohnette entra in pianta stabile.
Da Sting a Knopfler, passando alla musica sperimentale di Brian Eno e ai Pink Floyd, chiunque è rimasto affascinato da questo straordinario personaggio.
Davis non ha solo reinventato la musica jazz, ma anche il modo in cui andava rappresentata e messa in scena; dagli abiti sobri ed essenziali, tipici degli anni 50 e 60, passerà, negli anni 70 e 80, ad abiti più eccentrici e vistosi, tra cui collane d’oro, pantaloni di pelle e occhiali enormi, anche qui risultando perfettamente in grado di anticipare i tempi. Michael Jackson, Prince e David Bowie lo hanno eletto a loro icona.
Da ricordare anche una memorabile collaborazione con Zucchero, nell’album Blue’s del 1988, incidendo Dune Mosse, tra i pezzi più ispirati del nostro bluesman.
Tra i geni assoluti del jazz, Miles Davis non ha mai vissuto solo nel presente: a distanza di 100 anni risulta ancora attuale e per nulla superato. Ancora oggi, tentiamo di contestualizzare la sua grande opera in un preciso momento, ma non ci riusciamo, poiché è eterna e assoluta, priva di etichette e di sicura definizione. Èancora clamorosamente avanti!
Come Picasso nell’arte, anche Davis ha vissuto tanti “periodi” artistici ben distinti, sempre contraddistinti da estro, personalità e unicità.
Un uomo che ha fatto del cambiamento la sua cifra stilistica e non ha mai avuto paura di rischiare.
Il “Principe delle tenebre”, così definito per il particolare colore della sua musica e per la vena malinconica dei suoi sentimenti, compirà 100 anni il prossimo 26 maggio.
Dirà di sé: “So bene cosa ho dato alla musica, ma non chiamatemi leggenda. Chiamatemi Miles Davis”.
Riccardo Mangone

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