Iran oltre destra e sinistra: proteste, crisi economica e diritti delle donne

 


Di Bruno Rachiele ed Emilia Pace.

Ogni volta che in Iran scoppia una protesta, in Occidente ci chiediamo: è di destra o di sinistra? La risposta semplice è… che non lo è. La politica iraniana non si muove secondo le categorie europee o americane a cui siamo abituati. Qui non si tratta principalmente di tasse, mercato o welfare: si tratta di chi può decidere come vivere la propria vita. Il potere reale in Iran non risiede nelle elezioni o nei partiti, ma nelle mani della Guida Suprema, dei Pasdaran e delle forze armate IRGC.  

Una parte significativa del popolo iraniano esprime oggi una posizione chiara: il rifiuto del regime islamico e la ricerca di un’alternativa politica. Tra queste posizioni emerge anche il sostegno alla monarchia della dinastia Pahlavi, rappresentata dalla bandiera con il leone e il sole, simbolo dell’Iran pre-rivoluzionario. La famiglia Pahlavi è stata esiliata dopo la Rivoluzione del 1979, ma per molti iraniani continua a rappresentare un riferimento simbolico e politico. Le manifestazioni che hanno attraversato il Paese nascono dalla necessità di dare visibilità alla situazione interna, segnata da una repressione violenta e da una forte mancanza di trasparenza. Il numero delle vittime non viene comunicato ufficialmente dal regime e viene ricostruito quasi esclusivamente da testate giornalistiche indipendenti, spesso attraverso metodi indiretti, come il conteggio dei sacchi neri distribuiti nelle città. Questo dato evidenzia il livello di censura e controllo esercitato dallo Stato. All’interno dell’opposizione esistono però posizioni diverse sul futuro politico dell’Iran. C’è chi sostiene la necessità di un referendum, da tenersi solo dopo la caduta del regime islamico, per permettere al popolo iraniano di scegliere liberamente la propria forma di governo. Altri movimenti, invece, propongono un’alternativa sia alla teocrazia islamica sia al ritorno della monarchia, immaginando un sistema completamente nuovo. Al centro di queste rivendicazioni vi è il principio di autodeterminazione dei popoli, che dovrebbe essere rispettato in ogni circostanza, soprattutto nel caso iraniano. Anche qualora vi fossero interventi o pressioni esterne, questi dovrebbero avere come unico obiettivo quello di favorire l’autodeterminazione del popolo iraniano e la fine del regime. In questo senso, molti iraniani si dichiarano disponibili ad accettare un supporto internazionale, purché non si trasformi in una nuova forma di imposizione. È inoltre fondamentale evitare paragoni impropri, come quello tra Iran e Palestina, che non condividono reali punti in comune se non una generica collocazione geografica. Si tratta di contesti storici, politici e sociali profondamente diversi. La questione iraniana non dovrebbe essere strumentalizzata da nessuna parte, ma analizzata per ciò che è: una lotta interna per libertà, diritti e autodeterminazione.

Al loro interno convivono correnti più conservative e altre più riformiste, ma entrambe operano entro i limiti della teocrazia, senza mettere in discussione la struttura religiosa dello Stato. Il sistema giuridico che regola ogni aspetto della vita pubblica e privata è la sharia, la legge islamica. Questa legge può essere soggetta a varie interpretazioni. La religione presenta infatti fedeli appartenenti alla corrente sunnita, quella maggiormente diffusa tra i paesi arabi e nordafricani, e fedeli appartenenti a quella sciita(Iraq, Pakistan). Anche in Iran prevale la fede sciita, che viene utilizzata dal regime come strumento di repressione, arrivando a colpire non solo i cosiddetti “infedeli”, ma anche musulmani sunniti. La tradizionale dicotomia destra/sinistra perde quindi gran parte del suo significato: ciò che conta è la capacità di influire sul potere reale, non il programma economico o sociale. È in questo contesto che entra in gioco la questione femminile, al centro di molte proteste e del dibattito internazionale. Le donne iraniane, che rappresentano metà della popolazione e una parte significativa dei giovani istruiti, lottano quotidianamente per diritti elementari: la libertà di vestirsi come vogliono, di studiare e lavorare senza restrizioni, e di partecipare alla vita pubblica senza il timore della repressione.

È fondamentale chiarire che la rivolta in Iran non nasce esclusivamente dalla questione femminile, anche se questa ne è diventata uno dei simboli più potenti. Le proteste hanno radici più profonde e strutturali: economia, instabilità politica e condizioni di vita sempre più insostenibili. Le prime mobilitazioni sono partite dai bazar il 28 dicembre, un luogo storicamente centrale nella vita economica e sociale iraniana. Da lì, la protesta si è estesa rapidamente coinvolgendo tutti i ceti sociali, senza distinzione di classe o di età. Alle manifestazioni hanno partecipato giovani, adulti e anziani. Il dato forse più drammatico è che la vittima più giovane della repressione aveva solo 15 anni, segno della brutalità con cui il regime ha risposto. Un altro elemento centrale è la crisi idrica, che colpisce duramente il Paese. Teheran, una metropoli che supera i 60 milioni di abitanti, insieme ad altri due grandi centri urbani come Mashhad e Tabriz, vive una situazione critica legata alla gestione delle infrastrutture idriche. Questa crisi non è casuale, ma il risultato diretto di scelte politiche sbagliate e di una cattiva amministrazione delle risorse. Sul piano economico, la situazione è altrettanto grave. La moneta iraniana ha subito un crollo drastico: oggi servono circa 400.000 rial per ottenere un dollaro, un dato che evidenzia la perdita di valore della valuta nazionale. Di conseguenza, molti stipendi sono stati dimezzati, impoverendo ulteriormente la popolazione. Emblematico è il racconto di una ragazza il cui padre ha visto il proprio salario ridursi della metà, mentre una parte consistente delle risorse statali viene destinata al finanziamento di organizzazioni come Hamas e ad altri attori esterni, invece di essere investita nel benessere interno del Paese. Questo alimenta una percezione diffusa tra la popolazione: il regime sostiene più il “fuori” che il “dentro”, privilegiando la politica regionale e ideologica a discapito dei bisogni reali dei cittadini. Le proteste, particolarmente intense nel sud del Paese, vengono represse con estrema violenza soprattutto nelle regioni curde, dove la repressione assume spesso caratteri ancora più duri. Tutto ciò rappresenta una delle conseguenze dirette delle scelte politiche adottate dopo il 1979, anno della nascita della Repubblica Islamica. Le promesse di giustizia sociale e indipendenza si sono trasformate, per molti iraniani, in repressione, crisi economica e assenza di prospettive. È in questo contesto che va letta la rivolta: non come un semplice movimento ideologico, ma come una risposta collettiva a decenni di fallimenti politici.

La rivolta del 2022, scatenata dall’omicidio di Mahsa Amini, è stata una potente testimonianza di questa battaglia: non una questione “ideologica” di destra o sinistra, ma esistenziale, un grido per la dignità e la libertà personale. Le proteste mostrano anche come il desiderio di cambiamento sia diffuso e trasversale: giovani, donne, minoranze etniche e religiose si uniscono per chiedere diritti civili di base, mentre il mondo occidentale fatica a leggere queste dinamiche con le proprie categorie politiche tradizionali.

Dietro questo contesto politico ed economico si inserisce in modo centrale la questione femminile, che rappresenta uno degli aspetti più drammatici della repressione in Iran. Parlando con una ragazza iraniana che oggi vive a Messina, emerge quanto anche all’estero molte donne continuino a vivere nella paura. È difficile incontrare ragazze disposte a parlare a volto scoperto: molte raccontano di uomini che scattano fotografie durante incontri pubblici o privati, per il timore che si tratti di persone incaricate di raccogliere informazioni per conto delle ambasciate iraniane. Per questo, spesso, scelgono di coprirsi il volto. La stessa ragazza è stata ferita durante le proteste del 2022: ha ricevuto otto colpi di arma da fuoco alle gambe. Andare in ospedale avrebbe significato esporsi all’arresto, come accade frequentemente ai manifestanti, uomini e donne. Alcuni amici l’hanno quindi soccorsa e portata a casa di un medico, dove è stata curata clandestinamente. Senza strumenti adeguati, le sono stati estratti i proiettili direttamente dalla gamba. Le conseguenze non sono state solo fisiche: oggi soffre ancora di un grave trauma psicologico e segue un percorso di psicoterapia. La condizione delle donne in Iran è segnata fin dall’infanzia. Nelle scuole, intorno ai nove anni, viene svolto un rito che sancisce simbolicamente l’ingresso nell’età adulta: le bambine sono costrette a indossare un velo bianco (chador), che rappresenta la presunta maturità e la disponibilità al matrimonio. Questo passaggio forzato è vissuto da molte come un trauma. Agli studenti viene insegnato che mostrare anche solo un filo di capelli è un peccato che comporta una punizione divina. Sul piano lavorativo, le donne possono formalmente svolgere diverse mansioni, ma solo se allineate e fedeli al regime. Molte professioni sono di fatto precluse: l’accesso a carriere giuridiche come avvocato o giudice è fortemente limitato o vietato. Sono proibite anche attività considerate “contrarie alla morale”, come fare la modella o persino portare a spasso un cane in pubblico. Ancora più inquietante è il sistema giudiziario che riguarda le donne accusate di determinati reati. In alcuni casi, una donna non può accedere a un processo regolare senza che venga prima accertata la sua verginità. Se risulta vergine, può essere sottoposta a violenze; se non è vergine e non è sposata, viene punita e, in alcuni casi, condannata a morte. Si tratta di pratiche che violano ogni principio di diritto e di dignità umana. La questione femminile in Iran non è quindi un tema marginale né simbolico: è uno degli strumenti principali attraverso cui il regime esercita controllo, repressione e paura, rendendo il corpo delle donne un campo di battaglia politico.

Ridurre l’Iran a uno scontro di ideologie occidentali è rassicurante, ma fuorviante. Per gli osservatori e gli studenti come noi, questo è un monito: guardare all’Iran significa guardare a persone che cercano semplicemente di scegliere come vivere, non a partiti o ideologie. Significa capire che la libertà, l’uguaglianza e i diritti delle donne sono questioni universali, anche quando la politica sembra incomprensibile e distante. 


Questo editoriale l’ho scritto con Emilia Pace (Messina), mia collega negli anni della Rappresentanza alla Consulta degli Studenti, ora una delle mie più care amiche con cui condividiamo passioni, idee e progetti.  Attualmente è iscritta al corso Transnational and European Legal Studies dell’Università di Messina, nonché rappresentante nel consiglio del medesimo corso. Grazie per il prezioso contributo a nome mio e della redazione tutta di Ermes


Questo articolo è distribuito con licenza: Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale (CC BY-NC-ND 4.0). Autori: Bruno Rachiele, Emilia Pace - © Ermes Giornale Umg.




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