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Ogni volta che in Iran scoppia
una protesta, in Occidente ci chiediamo: è di destra o di sinistra? La risposta
semplice è… che non lo è. La politica iraniana non si muove secondo le
categorie europee o americane a cui siamo abituati. Qui non si tratta principalmente
di tasse, mercato o welfare: si tratta di chi può decidere come vivere la
propria vita. Il potere reale in Iran non risiede nelle elezioni o nei partiti,
ma nelle mani della Guida Suprema, dei Pasdaran e delle forze armate IRGC.
Una parte significativa del
popolo iraniano esprime oggi una posizione chiara: il rifiuto del regime
islamico e la ricerca di un’alternativa politica. Tra queste posizioni emerge
anche il sostegno alla monarchia della dinastia Pahlavi, rappresentata dalla bandiera
con il leone e il sole, simbolo dell’Iran pre-rivoluzionario. La famiglia
Pahlavi è stata esiliata dopo la Rivoluzione del 1979, ma per molti iraniani
continua a rappresentare un riferimento simbolico e politico. Le manifestazioni
che hanno attraversato il Paese nascono dalla necessità di dare visibilità alla
situazione interna, segnata da una repressione violenta e da una forte mancanza
di trasparenza. Il numero delle vittime non viene comunicato ufficialmente dal
regime e viene ricostruito quasi esclusivamente da testate giornalistiche
indipendenti, spesso attraverso metodi indiretti, come il conteggio dei sacchi
neri distribuiti nelle città. Questo dato evidenzia il livello di censura e
controllo esercitato dallo Stato. All’interno dell’opposizione esistono però posizioni
diverse sul futuro politico dell’Iran. C’è chi sostiene la necessità di un referendum,
da tenersi solo dopo la caduta del regime islamico, per permettere al popolo
iraniano di scegliere liberamente la propria forma di governo. Altri movimenti,
invece, propongono un’alternativa sia alla teocrazia islamica sia al ritorno
della monarchia, immaginando un sistema completamente nuovo. Al centro di
queste rivendicazioni vi è il principio di autodeterminazione dei popoli, che
dovrebbe essere rispettato in ogni circostanza, soprattutto nel caso iraniano.
Anche qualora vi fossero interventi o pressioni esterne, questi dovrebbero
avere come unico obiettivo quello di favorire l’autodeterminazione del popolo
iraniano e la fine del regime. In questo senso, molti iraniani si dichiarano
disponibili ad accettare un supporto internazionale, purché non si trasformi in
una nuova forma di imposizione. È inoltre fondamentale evitare paragoni
impropri, come quello tra Iran e Palestina, che non condividono reali punti in
comune se non una generica collocazione geografica. Si tratta di contesti
storici, politici e sociali profondamente diversi. La questione iraniana non
dovrebbe essere strumentalizzata da nessuna parte, ma analizzata per ciò che è:
una lotta interna per libertà, diritti e autodeterminazione. Al loro interno convivono correnti più conservative e altre più riformiste, ma entrambe operano entro i limiti della teocrazia, senza mettere in discussione la struttura religiosa dello Stato. Il sistema giuridico che regola ogni aspetto della vita pubblica e privata è la sharia, la legge islamica. Questa legge può essere soggetta a varie interpretazioni. La religione presenta infatti fedeli appartenenti alla corrente sunnita, quella maggiormente diffusa tra i paesi arabi e nordafricani, e fedeli appartenenti a quella sciita(Iraq, Pakistan). Anche in Iran prevale la fede sciita, che viene utilizzata dal regime come strumento di repressione, arrivando a colpire non solo i cosiddetti “infedeli”, ma anche musulmani sunniti. La tradizionale dicotomia destra/sinistra perde quindi gran parte del suo significato: ciò che conta è la capacità di influire sul potere reale, non il programma economico o sociale. È in questo contesto che entra in gioco la questione femminile, al centro di molte proteste e del dibattito internazionale. Le donne iraniane, che rappresentano metà della popolazione e una parte significativa dei giovani istruiti, lottano quotidianamente per diritti elementari: la libertà di vestirsi come vogliono, di studiare e lavorare senza restrizioni, e di partecipare alla vita pubblica senza il timore della repressione. È fondamentale chiarire che la
rivolta in Iran non nasce esclusivamente dalla questione femminile, anche se
questa ne è diventata uno dei simboli più potenti. Le proteste hanno radici più
profonde e strutturali: economia, instabilità politica e condizioni di vita
sempre più insostenibili. Le prime mobilitazioni sono partite dai bazar il 28
dicembre, un luogo storicamente centrale nella vita economica e sociale
iraniana. Da lì, la protesta si è estesa rapidamente coinvolgendo tutti i ceti
sociali, senza distinzione di classe o di età. Alle manifestazioni hanno
partecipato giovani, adulti e anziani. Il dato forse più drammatico è che la
vittima più giovane della repressione aveva solo 15 anni, segno della brutalità
con cui il regime ha risposto. Un altro elemento centrale è la crisi
idrica, che colpisce duramente il Paese. Teheran, una metropoli che supera i 60
milioni di abitanti, insieme ad altri due grandi centri urbani come Mashhad e
Tabriz, vive una situazione critica legata alla gestione delle infrastrutture
idriche. Questa crisi non è casuale, ma il risultato diretto di scelte
politiche sbagliate e di una cattiva amministrazione delle risorse. Sul piano
economico, la situazione è altrettanto grave. La moneta iraniana ha subito un
crollo drastico: oggi servono circa 400.000 rial per ottenere un dollaro, un
dato che evidenzia la perdita di valore della valuta nazionale. Di conseguenza,
molti stipendi sono stati dimezzati, impoverendo ulteriormente la popolazione.
Emblematico è il racconto di una ragazza il cui padre ha visto il proprio
salario ridursi della metà, mentre una parte consistente delle risorse statali
viene destinata al finanziamento di organizzazioni come Hamas e ad altri attori
esterni, invece di essere investita nel benessere interno del Paese. Questo
alimenta una percezione diffusa tra la popolazione: il regime sostiene più il
“fuori” che il “dentro”, privilegiando la politica regionale e ideologica a
discapito dei bisogni reali dei cittadini. Le proteste, particolarmente intense
nel sud del Paese, vengono represse con estrema violenza soprattutto nelle regioni
curde, dove la repressione assume spesso caratteri ancora più duri. Tutto ciò
rappresenta una delle conseguenze dirette delle scelte politiche adottate dopo
il 1979, anno della nascita della Repubblica Islamica. Le promesse di giustizia
sociale e indipendenza si sono trasformate, per molti iraniani, in repressione,
crisi economica e assenza di prospettive. È in questo contesto che va letta la
rivolta: non come un semplice movimento ideologico, ma come una risposta
collettiva a decenni di fallimenti politici.
La rivolta del 2022, scatenata
dall’omicidio di Mahsa Amini, è stata una potente testimonianza di questa
battaglia: non una questione “ideologica” di destra o sinistra, ma
esistenziale, un grido per la dignità e la libertà personale. Le proteste
mostrano anche come il desiderio di cambiamento sia diffuso e trasversale:
giovani, donne, minoranze etniche e religiose si uniscono per chiedere diritti
civili di base, mentre il mondo occidentale fatica a leggere queste dinamiche
con le proprie categorie politiche tradizionali. Dietro questo contesto
politico ed economico si inserisce in modo centrale la questione femminile, che
rappresenta uno degli aspetti più drammatici della repressione in Iran.
Parlando con una ragazza iraniana che oggi vive a Messina, emerge quanto anche
all’estero molte donne continuino a vivere nella paura. È difficile incontrare
ragazze disposte a parlare a volto scoperto: molte raccontano di uomini che
scattano fotografie durante incontri pubblici o privati, per il timore che si
tratti di persone incaricate di raccogliere informazioni per conto delle ambasciate
iraniane. Per questo, spesso, scelgono di coprirsi il volto. La stessa ragazza
è stata ferita durante le proteste del 2022: ha ricevuto otto colpi di arma da
fuoco alle gambe. Andare in ospedale avrebbe significato esporsi all’arresto,
come accade frequentemente ai manifestanti, uomini e donne. Alcuni amici
l’hanno quindi soccorsa e portata a casa di un medico, dove è stata curata
clandestinamente. Senza strumenti adeguati, le sono stati estratti i proiettili
direttamente dalla gamba. Le conseguenze non sono state solo fisiche: oggi
soffre ancora di un grave trauma psicologico e segue un percorso di
psicoterapia. La condizione delle donne in Iran è segnata fin dall’infanzia.
Nelle scuole, intorno ai nove anni, viene svolto un rito che sancisce
simbolicamente l’ingresso nell’età adulta: le bambine sono costrette a
indossare un velo bianco (chador), che rappresenta la presunta maturità e la
disponibilità al matrimonio. Questo passaggio forzato è vissuto da molte come
un trauma. Agli studenti viene insegnato che mostrare anche solo un filo di
capelli è un peccato che comporta una punizione divina. Sul piano lavorativo,
le donne possono formalmente svolgere diverse mansioni, ma solo se allineate e
fedeli al regime. Molte professioni sono di fatto precluse: l’accesso a
carriere giuridiche come avvocato o giudice è fortemente limitato o vietato.
Sono proibite anche attività considerate “contrarie alla morale”, come fare la
modella o persino portare a spasso un cane in pubblico. Ancora più inquietante
è il sistema giudiziario che riguarda le donne accusate di determinati reati.
In alcuni casi, una donna non può accedere a un processo regolare senza che
venga prima accertata la sua verginità. Se risulta vergine, può essere
sottoposta a violenze; se non è vergine e non è sposata, viene punita e, in
alcuni casi, condannata a morte. Si tratta di pratiche che violano ogni
principio di diritto e di dignità umana. La questione femminile in Iran non è
quindi un tema marginale né simbolico: è uno degli strumenti principali
attraverso cui il regime esercita controllo, repressione e paura, rendendo il
corpo delle donne un campo di battaglia politico.
Ridurre l’Iran a uno scontro di
ideologie occidentali è rassicurante, ma fuorviante. Per gli osservatori e gli
studenti come noi, questo è un monito: guardare all’Iran significa guardare a
persone che cercano semplicemente di scegliere come vivere, non a partiti o
ideologie. Significa capire che la libertà, l’uguaglianza e i diritti delle
donne sono questioni universali, anche quando la politica sembra
incomprensibile e distante.
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