Obiter dicta: il respiro riflessivo del diritto.

 




Gli obiter dicta, (espressione latina che significa letteralmente “detto incidentalmente”), si riferiscono a commenti e osservazioni contenuti in una sentenza che, pur non determinando l’esito della controversia e non costituendo la ragione essenziale della decisione (ratio decidendi), assumono grande rilievo in quanto servono a chiarire, con autorevolezza, il percorso logico- giuridico entro cui la decisione del giudice si colloca.

Essi, pertanto, non possono essere considerati commenti accessori o note marginali alla sentenza ma parti della motivazione con le quali il giudice formula osservazioni e considerazioni per dare coerenza al ragionamento, per collegare la vicenda concreta a un quadro teorico più ampio o per mettere in luce aspetti che, pur non decisivi, risultano rilevanti per comprendere la portata della pronuncia.

Proprio perché non costituiscono la ratio decidendi, essi rivelano la dimensione più meditata dell’attività giudiziaria, quella in cui la funzione interpretativa – così spesso confinata ai margini del testo normativo – assume un respiro più ampio tanto da raffigurare l’immagine di un ordinamento che non è solo un insieme di regole, ma un tessuto vivo, capace di confrontarsi con l’evolversi del tempo e delle sue problematiche.

In una fase segnata da trasformazioni tecnologiche rapide, gli obiter dicta assumono un ruolo di particolare importanza. Collocandosi all’incrocio tra diritto vigente e fenomeni ancora in assestamento, essi consentono di cogliere il modo in cui la giurisdizione interpreta la struttura dell’ordinamento, le sue tensioni interne e i suoi punti di possibile evoluzione offrendo indicazioni utili per orientarsi nel vuoto che spesso si crea tra innovazione e regole.

Si pensi, ad esempio, alle vertenze che insorgono in relazione all’uso dell’intelligenza artificiale nei procedimenti amministrativi come la gestione dei dati personali attraverso sistemi automatizzati, la responsabilità degli intermediari digitali o la tutela degli utenti nelle piattaforme partecipative. Relativamente a tali casi, le situazioni concrete che si verificano, per l’esistenza di norme che forniscono esclusivamente principi generali, rilevano le difficoltà interpretative e le zone grigie cui può essere data soluzione giurisdizionale solo attraverso gli obiter dicta.

In tale prospettiva, essi assumono un tono che richiama le funzioni più alte della giurisdizione: quella di rendere esplicite le valutazioni giuridiche che accompagnano una decisione, che altrimenti resterebbero implicite , e quella di custodire la continuità del diritto pur nell’inevitabile mutamento delle condizioni storiche.

In tali casi si avverte la consapevolezza che il giudizio non si esaurisce nella soluzione puntuale del conflitto, ma partecipa ad un compito più ampio, quasi istituzionale, di preservare l’equilibrio tra stabilità e rinnovamento. Non si tratta di anticipare il legislatore né di esercitare un’influenza indebita sullo sviluppo del diritto, ma di mostrare in modo trasparente quali questioni emergano dalla realtà fattuale e come il giudice le abbia considerate nel corso del proprio ragionamento.

È una forma di responsabilità, esercitabile solo tramite gli obiter dicta, che non cerca protagonismo ma che mira piuttosto a dare voce, con sobrietà e rigore, alle esigenze interpretative che la società contemporanea impone. In questo senso gli obiter dicta contribuiscono alla comprensione del sistema nel suo complesso perché rivelano le dinamiche attraverso cui le categorie tradizionali si confrontano con fenomeni nuovi, senza rinunciare alla continuità metodologica che garantisce la coerenza all’ordinamento.

Nel contempo essi offrono alla comunità giuridica – studiosi, operatori e studenti – materiali preziosi per interrogarsi sulla direzione in cui il diritto si muove, evidenziando ciò che appare già consolidato e ciò che richiede ulteriori approfondimenti.

Così, pur nella loro natura non vincolante, gli obiter dicta si trasformano in una sorta di “memoria riflessiva” del sistema attraverso la quale la giurisdizione, con tono misurato e solenne, riconosce che il diritto non vive soltanto nelle decisioni necessarie, ma anche nelle parole che illuminano il cammino, chiariscono le incertezze e ricordano che l’ordinamento, per restare fedele ai suoi principi, deve sapersi confrontare con la complessità del presente.



Scritto da Francesca Romeo 

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