L’11 dicembre, su un tratto
apparentemente innocuo dell’autostrada Asti-Cuneo, una ragazza di vent’anni ha
perso la vita. Si chiamava Matilde Baldi. Aveva l’età dei progetti,
delle strade ancora tutte da percorrere. Oggi il suo nome si aggiunge a una
lista troppo lunga di vite spezzate che continuiamo a chiamare, troppo in
fretta, “incidenti”. Ma quello che è accaduto a Matilde non assomiglia a una
fatalità. Secondo l’ipotesi su cui sta lavorando la Procura di Asti, dietro
quel violento tamponamento potrebbe esserci una folle gara tra auto lanciate a
velocità elevatissima. Due vetture potenti, due Porsche, un rettilineo
trasformato in pista. E davanti, una Fiat 500 con a bordo una madre e una
figlia. Nessuna possibilità di difendersi. L’impatto è stato devastante.
Matilde ha lottato per cinque giorni in un letto d’ospedale, prima che quella
lotta diventasse silenzio. Sua madre è sopravvissuta, ferita nel corpo e
segnata per sempre nell’anima. “Chiedo solo un po’ di giustizia per mia figlia”,
ha detto. È una frase semplice, disarmante. Dentro c’è tutto: dolore, amore, e
una domanda che riguarda tutti noi. Perché quando la strada diventa un luogo di
sfida, quando la velocità si confonde con il diritto di prevaricare, il
risultato è sempre lo stesso: qualcuno paga con la vita. E quasi mai è chi ha
scelto di correre. Matilde non stava gareggiando, non stava rischiando. Stava
viaggiando accanto a sua madre, fidandosi di una normalità che dovrebbe essere
garantita. Ogni volta che un motore viene spinto oltre il limite, ogni volta
che si decide di trasformare l’asfalto in un gioco pericoloso, si mette in
conto la possibilità di distruggere una famiglia. Non è sfortuna. È
responsabilità. È una scelta precisa, anche se compiuta in pochi secondi. Ricordare
Matilde significa rifiutare la parola “fatalità”. Significa pretendere
giustizia, sì, ma anche consapevolezza. Perché basta un attimo di arroganza per
togliere il futuro a qualcuno. E nessuna velocità, nessuna auto, nessuna
adrenalina potrà mai valere una vita umana.

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