Nato a Rosario il 19 febbraio 1899, figlio di uno scultore e cresciuto tra l’Argentina e l’Italia, Lucio Fontana porta con sé una doppia eredità: la manualità della scultura e la sensibilità del viaggiatore, due elementi che lo spingono a cercare oltre la superficie. Questa biografia segna il suo percorso: non un semplice passaggio geografico, ma la formazione di uno sguardo che rifiuta la pittura come finestra chiusa e la trasforma in porta aperta. La sua storia personale è la premessa di un gesto radicale che nasce dall’esperienza del fare, dal contatto con la materia e dalla volontà di oltrepassarla.
Lo squarcio di Fontana è una ferita che non chiude ma apre, trasformando la tela in orizzonte.
Il gesto del taglio e dello squarcio, le sue celebri Concetti spaziali, non sono provocazione fine a se stessa ma un atto teorico e poetico: Fontana buca la tela per chiamare lo spazio dentro l’opera, per far entrare il vuoto come elemento creativo. Già alla Biennale del 1949 le tele bucate suscitano scandalo e meraviglia; il taglio diventa linguaggio, linea che non disegna ma apre, che non separa ma connette il visibile all’invisibile. Dietro alcuni squarci Fontana poneva una garza scura, non per occultare ma per suggerire un abisso cosmico, una profondità che invita lo sguardo a perdersi e a ritrovarsi in una dimensione nuova.
La sua pratica si radica anche in un pensiero teorico: il Manifesto dello Spazialismo e le riflessioni che lo accompagnano mostrano come lo squarcio sia insieme gesto estetico e proposta filosofica. Tornato tra Europa e America Latina, Fontana costruisce un lessico in cui la materia è attraversata dal tempo e dallo spazio, e il taglio diventa misura di una presenza che non si esaurisce nella superficie. Lo squarcio è valore intrinseco perché contiene in sé la tensione tra presenza e assenza, tra il corpo dell’opera e l’orizzonte che essa apre; è un atto che rende visibile l’invisibile e rende l’opera luogo di incontro con l’ignoto.
In definitiva, guardare un taglio di Fontana significa accettare un invito: non cercare la risposta nella forma, ma nella ferita che la forma ha voluto praticare. Lo squarcio è una promessa... di spazio, di tempo, di pensiero e la sua forza sta nel trasformare la ferita in apertura, il gesto in rito, la tela in un orizzonte che continua oltre il bordo.
Scritto da Niccolò Ruscelli
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