Anno 2025. In una società liquida dove tutto è in vetrina, la vita è una gara a chi riesce a coprire la distanza maggiore nel minor tempo possibile. L’ego si nutre di “mi piace” e ingrassa al ritmo di una musica che riflette standard paradossalmente abbassati dalla pressione insostenibile di chi la tratta come un prodotto facilmente deteriorabile o, peggio, come il flusso sonoro che promana dagli altoparlanti di un ipermercato in perenne campagna da “Black Friday”. Mentre, sconfortato, mi dirigo alle casse, qualcosa risveglia i miei neuroni ormai anestetizzati. Sono le grida di quattro ragazzi che sembrano usciti da un documentario degli anni ‘70. La loro voce è gentile ma, al contempo, decisa. Indossano vesti logore perché vissute a pieno. Hanno i sorrisi smaglianti di chi ama quello che fa e fa quello che ama. Mi chiedono di fermarmi un momento. E già per questo mi hanno conquistato. Perché hanno la pazienza di chi va e non la fretta chi vuol tornare, il garbo che non toglie nulla all’urgenza comunicativa ma, al contrario, le dona il rispetto per le forme, la sostanza e le modalità. Dicono di chiamarsi Ynsanya. Non aggiungono nulla, perché non hanno niente da vendere. Neanche un “link in bio” da far cliccare. Soltanto una storia da raccontare con l’orgoglio di chi rifiuta ogni etichetta e dichiara di far musica indipendente non per costume ma per senso di appartenenza. Lasciano che siano le canzoni a parlare per loro. Con quel sound talmente ricco di contaminazioni che definirlo è un’impresa non di poco conto. Credo di conoscerli come una rock-band. Poi, però, penso che ciascuno di loro è un cantautore e, in quattro, ne fanno un quinto. I synth avvolgono voce e chitarre e avvicinano Icaro al sole. E, ancora, il pop. Già, il pop. Che non è una parolaccia né, come pare ad alcuni, il Voldemort della musica contemporanea. Il pop è ambizione, è compromesso mai volgare. È arrivare a tutti senza lasciarsi niente alle spalle. Il pop è Ynsanya e gli Ynsanya sono pop e non se ne vergognano affatto. Pop alternativo, senz’altro, ma pur sempre pop. Un universo che trova il suo Big Bang ad ogni nuovo singolo, che in studio si accartoccia su sé stesso e implode. Che diventa cenere da spargere in live, dove il numero di magia moderna chiude il suo cerchio e la band trova la sua dimensione preferita. Sul palco sono a casa, sul palco sono casa. E no, non è soltanto “energia”. È molto di più, è fragilità che diventa quid pluris attraverso la musica. Come in “Strano Guardarsi”, la loro ultima uscita, brano indie-rock realizzato con la collaborazione di Marco Castelluzzo, in arte Wepro, e disponibile, da venerdì 28 novembre, su tutti gli Store Digitali. Tutte le storie, purtroppo o per fortuna, nascono con impressa la data di scadenza. Che si tratti di storie fugaci o a lunga conservazione, arriva, prima o poi, quell’esatto momento in cui ci si dice “basta”. Ma, tra il dire e il fare, c’è non il mare, ma l’imbarazzo. La consapevolezza che ciò che è stato non tornerà, l’esigenza di guardare avanti, la difficoltà di dare un nome differente a quel che si è condiviso, di declinare l’amore e l’amare. E una normalità da ritrovare al più presto, con la paura, neanche troppo nascosta, di non riuscire a rifare il letto come se niente fosse stato. Su quel letto sfatto sono esposti, al freddo dei nostri giorni, i pensieri più tristi e gli sguardi che sono in tutti i sensi più lucidi. È la fine ma, soprattutto, è l’inizio. È strano, senz’altro, ma è necessario. È un messaggio di una sincerità disarmante con il quale questi quattro ragazzi hanno codificato un sentimento universale. Ringraziandoli per il prezioso dono, torno in fila per l’uscita. Neanche mi accorgo che la fila è soltanto all’entrata e la gente ride di scherno. Sono solo con me stesso, solo allo specchio. Ma ricongiunto al tutto. È uno strano effetto. È l’effetto che mi fanno gli Ynsanya.
Scritto da Antongiulio Iorfida

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