Il 9 dicembre 1917 nasceva a Stendal il celebre studioso Johann Joachim Winckelmann, che viene giustamente considerato uno dei maggiori teorici del Neoclassicismo, nonché fondatore della moderna archeologia, che con lui finisce di essere un mero interesse di natura antiquaria, per diventare un vero e proprio programma d’indagine.
Winckelmann fu un insigne archeologo ed erudito e i suoi studi influenzarono fortemente artisti come Antonio Canova, Anton Raphael Mengs e Jacques-Louis David.
Egli riporta allo scoperto lo spirito che animava quella statuaria greca al contempo tanto elegante quanto imponente, la cui bellezza considerava una evidente prova di un gusto che era tutto greco. Guardando il Laocoonte ritiene che “la generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e quieta grandezza”, binomio che contraddistingue le opere d’arte greca e che egli recepisce come il modello da “imitare”, traendolo dall’Apollo del Belvedere e dall’Antinoo del Belvedere, che cita nei suoi Monumenti antichi inediti del 1767.
Questa è l’epoca dei grand tour, nella quale Winckelmann giunge a Roma dove ha la fortuna di studiare da vicino le sculture antiche. In questo periodo nell’Urbe nasce il Museo Capitolino, che diviene per lui un punto di riferimento, sia per la ricchezza delle sue collezioni che per la ammirevole sistematicità delle stesse, che incoraggia la sua riflessione.
Curioso e importante è che Winckelmann a Roma non fa esperienza diretta della statuaria greca, ma delle sue copie del tardo ellenismo romano, dopo aver maturato nella sua giovinezza studi teologici, medici e matematici e dopo aver superato barriere economiche non indifferenti; prima di giungere a Roma, infatti, si “accontenta” di svolgere l’incarico di bibliotecario per un conte presso Dresda, città dove esplora gli scritti e le opere d’arte di epoca classica, scoprendo quei modelli da ammirare e imitare.
Per Winckelmann, il concetto di imitazione non comporta la riproduzione di un’opera, bensì rappresenta il flusso di un processo creativo di stampo intellettuale consistente nell’accostamento e nella emulazione dell’arte classica, unica soluzione per riuscire a raggiungere il concetto di "bello ideale",ovvero sia un modello di razionalità e bellezza, ricalcando la perfezione formale e l'armonia insita nei modelli dell’arte greca.
Per il nostro storico, bisogna andare a ricercare il buon gusto che non poteva che svilupparsi in Grecia, dove: «si dice Minerva assegnasse come dimora ai Greci, a preferenza d’ogni altro, per le miti stagioni che vi trovò, visto che esso avrebbe potuto produrre menti intelligenti».
Citando il Platone del Timeo, Winckelmann ribadisce che il concetto del bello della forma è connesso all’εἶδος del bello. Infatti, riprendendo ancora l’opera del filosofo di Atene, affermache nell’arte greca si trovano «certe bellezze ideali, che […] sono composte di figure create soltanto dall’intelletto». Per cui, è fondamentale studiare i modelli greci per poterli pienamente ammirare ed apprezzare e dunque imitarli al meglio e per riuscire nell’intento, l’artista deve necessariamente purificare la natura dalle imperfezioni per raggiungere un’idea universale, fondata sulla linearità, sulla semplicità e sull’equilibrio interiore.
Per Winckelmann, il Laocoonte è l’esempio icastico della perfezione dell’arte greca: nella sua serenità e nella sua posizione di stasi rappresenta il carattere reale dell’anima, dunque del vero. Solo quando è a riposo e in armonia, l’anima si mostra attraverso il corpo nella sua grandezza e nobiltà e, cosa non meno importante, nel suo «stato normale» e perché l’anima venga trasposta nella statua, ribadisce Winckelmann, lo scultore e il filosofo devono costituire un’unica entità e la saggezza deve assistere l’arte.
L’opera d’arte in Winckelmann si fonde con l’anima e diventa espressione di vivida bellezza.
Scritto da Aurelia e Riccardo Mangone
0 Commenti