"L'Oscura sacralità del rapporto tra Chiesa e Mafie": cronaca di un evento.



Il 4 e 5 dicembre 2025 l’Università della Calabria ha ospitato il Terzo Convegno Nazionale della Società Scientifica Italiana degli Studi su Mafie e Antimafia (SISMA), dedicato al tema “Vecchie e nuove mafie tra locale e globale”.                                                                                                                        L’iniziativa ha riunito studiosi e professionisti provenienti da atenei e istituzioni italiane per discutere dinamiche, trasformazioni e prospettive dei fenomeni mafiosi e delle strategie di prevenzione e contrasto.Si è affrontato, sotto diversi punti di vista, il problema del fenomeno mafioso, dalla sua genesi al suo radicamento storico-territoriale nonché l’aspetto relativo alle infiltrazioni nei settori legali della società e la sua conformazione, sempre più moderna, che oramai ha assunto nell’era della digitalizzazione.                                                           
Tra i vari studi presentati da autorevoli esperti del settore ha trovato spazio un’analisi sul rapporto intercorrente tra il fenomeno mafioso e la Chiesa, a conferma di quanto le mafie abbiano una forte capacità di adattamento e pervasività nell'inserirsi nei diversi ambienti della società civile. Nello specifico, questo rapporto è stato oggetto di disamina da parte di Sebastian Ciancio, avvocato del Foro di Catanzaro e dottorando di ricerca dell’Università degli Studi “Magna Græcia”, il quale ha dedicato il suo spazio “all’oscura sacralità del rapporto tra Chiesa e Mafie”, dal titolo di un suo scritto nel quale ha descritto i punti salienti di un rapporto caratterizzato da una contrapposizione storica ma destinato ad un’evoluzione in tempi moderni. 

Ha ben evidenziato il primo grande contrasto nel rapporto tra Chiesa e Mafia, in quanto si presentano come due “entità” antitetiche, l’una portatrice di un messaggio di “pace” e salvezza, l’altra di uno improntato alla morte e alla violenza. 

Tuttavia, in un dato momento storico, la Chiesa ha mantenuto nei confronti del fenomeno un atteggiamento inopportuno e non proprio di distanza e di riprovevolezza, complice il contesto specificamente arcaico e feudale in cui si inizió a sviluppare la mafia e in cui, come scrive l’Autore: “certi rapporti di dominio e prevaricazione non colpivano eccessivamente” . 

Ciò perché la “cultura mafiosa” non contrastava il culto e le devozioni religiose tradizionali anzi, spesso, se ne serviva innalzandole ad icone del modello mafioso. 

Secondo lo stesso Autore, è, probabilmente, tale lentezza nella presa di coscienza da parte della Chiesa della pericolosità del fenomeno mafioso ad imperdirLe di rimarcare pubblicamente l’incompatibilità assoluta tra il Vangelo e il fenomeno stesso.

Nel saggio, sempre Ciancio mette in evidenza una diversa presa di posizione della Chiesa solo a partire dagli anni ‘70, quando si iniziarono ad attuare evidenti forme di condanna verso le mafie fino alle ultime reazioni dettate dal Magistero di Papa Francesco con la pronuncia di una scomunica formale ai mafiosi e ai corrotti. 

Tuttavia, il focus dell’intervento è stato il concetto di “Oscura Sacralità” del rapporto ovvero “l’idea di religione capovolta che da sempre caratterizza la mentalità mafiosa”. 

Tale concetto rappresenta la sostanziale maschera di un ateismo insita nel modus operandi delle Mafie perché il loro pensiero altro non è che, come la definisce l’Autore, una “Teologia atea” poiché non c’è religione in chi agisce arrecando sofferenze, ingiustizie, morte e sopraffazione. 

Su questo l’avvocato Ciancio ha colto, interessantemente, il nucleo basilare di tale rapporto: la Chiesa che deve continuare a rimarcare l’assoluta incompatibilità tra le mafie e il Vangelo perché il mafioso sceglie una condotta con cui, si pone, consapevolmente al di fuori di Esso. 



Dopo questo interessante intervento, abbiamo avuto modo di rivolgere alcune domande, destate dalla curiosità della disamina.


Quali motivi lo hanno spinto a dedicarsi al rapporto tra Mafia e Chiesa, tra le tante declinazioni che, nostro malgrado, questo fenomeno ha assunto? 

I miei più recenti studi su “Cosa Nostra” sono mossi innanzitutto da un amore smisurato per la Sicilia, terra dove affondano radici familiari e passioni trentennali. Terra unica per colori, espressioni artistiche, scorci mozzafiato e quel folklore che, ancora oggi, rivela l’anima del territorio e delle persone che lo vivono. Unica anche per via di quella grande contraddizione che ne caratterizza la storia e i trascorsi, che non si può liquidare con le spiegazioni sociologiche di comodo o le semplificazioni giornalistiche di rito. Come ha potuto, infatti, l’isola che ha dato i natali a tanti scrittori, poeti, filosofi, artisti, scienziati di levatura mondiale come Verga, Pirandello, Quasimodo, Borgese, Tomasi di Lampedusa, Bellini, Sciascia, Gentile, Guttuso, Vittorini, Majorana, Tornatore, Battiato; l’isola dove il genio del mondo greco, di un Empedocle, di uno Stesicoro, di un Archimede, ha poi incontrato i geni dei matematici e astronomi arabi e dei valorosi normanni, producendo frutti copiosi ed inimmaginabili; come può la stessa isola (la più grande del Mar Mediterraneo) aver procreato e custodito il gene brutale della Mafia? La Sicilia è paradossale, bella e crudele. Come scriveva Andrea Camilleri, altro illustre letterato siciliano, “la Sicilia è una metafora del mondo e come tale va letta”. La sfida dell’onestà in Sicilia è la stessa che si presenta, in forme diverse, in ogni società dove il potere tende a corrompere e il silenzio diventa complicità. L’onestà in Sicilia, come in ogni parte del globo terrestre, non può essere solo una scelta individuale di eroismo o di martirio. Deve diventare un progetto collettivo, una rete di resistenza quotidiana, una strategia di cambiamento graduale ma inesorabile. Ed è qui che deve entrare in gioco la Chiesa e l’importanza del ruolo sociale dei cattolici. E’ innegabile che per molto tempo buona parte delle gerarchie ecclesiastiche e dei laici, per l’appunto, abbia tenuto nei confronti delle mafie un atteggiamento inadeguato, senza una chiara presa di distanza. Nella lentezza con cui la Chiesa ha acquistato totale consapevolezza della perversità del potere mafioso, ha giocato il fatto che essa affondava le sue radici nella società contadina, ultima roccaforte in una civiltà che la modernizzazione rendeva sempre più estranea od ostile. Nel complesso familiare e tradizionalista, il mafioso era il “garante” e in quanto tale andava rispettato e temuto. Non si comprendeva, inoltre, la pericolosità di un’oscura sacralità circoscritta alla religiosità popolare e alle sue forme più tradizionali. A partire dagli anni Settanta fino alle ultime reazioni dettate dal Magistero di Papa Francesco, le denunzie della Chiesa e l’esplicita reiterata presa di posizione - di singoli Pastori e di Conferenze Episcopali Regionali - nei confronti della criminalità organizzata, sembra aver posto fine una volta per tutte all’equivoco, con una ferma condanna ed una scomunica formale ai mafiosi e ai corrotti. Un raggio di luce nel buio delle comunità dove però persiste quella visione distorta del sacro che si annida nelle “rughe” della religiosità popolare, esprimendone gli aspetti deteriori.



In base alla sua esperienza di Avvocato e studioso, ha avuto modo di vedere un cambiamento nella società civile, oltre che negli ambienti ecclesiastici, relativamente alla percezione della mafia?

Da decenni è in atto un processo di crescente consapevolezza ma le mafie sanno evolversi ed agire in nuove forme cercando di generare il deserto relazionale: una situazione in cui le relazioni, assi portanti di qualsiasi comunità, vengono logorate se non addirittura distrutte, ponendo vecchi e nuovi esponenti delle organizzazioni criminali in sostituzione degli attori-chiave con cui quelle relazioni si intrattengono e si fortificano: la famiglia, le attività economiche, le reti sociali, la Chiesa, i datori di lavoro, le istituzioni, ecc… strutturando in tal modo la creazione di quel welfare parallelo, mafioso, alternativo a quello che le istituzioni dovrebbero promuovere per rispondere ai bisogni della gente. Si è molto parlato durante la pandemia di “welfare mafioso”, quando alle famiglie di tanti quartieri popolari arrivavano a casa prima i pacchi alimentari dei boss di quelli comunali. Certamente non in un’ottica solidaristica ma in un clima di rafforzamento del consenso e del potere. Perché le “briciole” concesse oggi dal mafioso significano domani riconoscenza e scambio di favori. Il noto scrittore e poeta Gesualdo Bufalino sosteneva che “la mafia, se un giorno sarà sconfitta, sarà debellata da un esercito di maestri elementari, che comunichino e insegnino ai bambini che la mafia è qualcosa di brutto e li allontani, da adulti, dalla partecipazione alle organizzazioni mafiose”. Da sempre la scuola e la cultura fanno paura alle mafie perché rendono più robusti i ragazzi contro ogni forma di prevaricazione. Occorre trasmettere (e soprattutto testimoniare) la gioia di saper rinunciare alle strade di comodo, elogiare la bellezza della libertà seppure costa tempo e sacrifici, intervenire sulla mentalità dei più giovani con semplici gesti come evitare le raccomandazioni di routine o impedire di ascoltare e ripetere le strofe di canzoni che inneggiano alla mafia. Se intorno alle mafie crollasse “ab origine” il consenso sociale, ogni forma di interesse e di simpatia anche lieve, le mafie si dissolverebbero come neve al sole. E il consenso sociale si compone di tanti fattori, anche religiosi, che si incarnano in tradizioni popolari, con i loro rituali e le loro venature di superstizione, con radici che non affondano nelle Sacre Scritture ma nel paganesimo, che se non estirpate possono continuare a causare imbarazzanti episodi come l'inchino nella processione della Madonna a Oppido Mamertina davanti alla casa del boss.


Secondo la sua visione è possibile auspicare, concretamente, ad un rapporto tra Chiesa e Istituzioni civili, per contrastare, su basi comuni, il fenomeno mafioso?

E’ possibile, sì! Le mafie devono impegnare la Chiesa ad un servizio pastorale (culturalmente e socialmente incisivo) verso i fedeli perché per vincere la sfida, servono fede e coerenza delle azioni ed interventi programmati sulle espressioni della religiosità popolare, sulla formazione dei sacerdoti e dei catechisti, sull’esperienza dei movimenti e delle aggregazioni ecclesiali, sulla formazione dei seminaristi, dei futuri insegnanti di religione cattolica, di tutti i laici. E, soprattutto, una collaborazione tra istituzioni ecclesiastiche e quelle civili che non riduca il Vangelo ad un codice di “buona educazione” civile, sterilizzandolo della sua carica salvifica globale. Quello che si chiede alle comunità cristiane non è, evidentemente, di sostituirsi alle istituzioni preposte alla pubblica sicurezza e alla promozione della legalità ma un totale rinnovamento; un’azione pastorale che tragga dal Vangelo le sue logiche conseguenze, impegnando i cristiani a vivere la loro vita privata e pubblica in modo coerente e credibile, circondati sempre da un alone di sacralità luminosa.





Articolo e intervista a cura di Chiara Navarra 

Con la partecipazione dell’Avv. Sebastian Ciancio 


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