Quando lo studio arriva a pesare più di un manuale e la salute mentale viene messa da parte

Scritto da Bruno Rachiele

Studiare Giurisprudenza mi ha insegnato a ragionare in termini di diritti, doveri e responsabilità. Però, ogni giorno, nei corridoi, nelle aule e nei volti dei miei coetanei, mi accorgo di qualcosa che nessun codice riuscirà mai a descrivere davvero: la parte emotiva della vita delle persone ma più in particolare degli studenti. Quella che spesso ignoriamo finché non ci travolge aveva ragione Seneca quando diceva: «non è il carico che ti piega, ma il modo in cui lo porti». E tanti ragazzi ormai questo carico lo stanno portando da soli, SOLI. Le statistiche diffuse di recente non sorprendono chi l’università la vive in prima persona come noi studenti: ansia, stress, senso di inadeguatezza. Numeri in crescita, sì, spesse volte ci dimentichiamo che dietro questi maledetti numeri ci sono PERSONE. Storie di ragazzi che si svegliano con il peso di un esame addosso, o altri che iniziano a sentirsi “meno” degli altri solo perché impiegano più tempo a preparare un esame. E lo dico da studente di Giurisprudenza: quando la pressione supera certi limiti, può davvero diventare devastante. Perché ognuno ha, ma soprattutto deve avere i suoi tempi.  La verità per fortuna, è che non siamo macchine. E anche se proviamo a nasconderlo, lo stress ci trasforma. Ti ritrovi a dormire male, a mangiare peggio, a vivere con il terrore costante di fallire. Ti chiudi. E piano piano ti convinci che gli altri siano più capaci, più forti, più “adatti” di te. Ma ciò che fa più male è la sensazione di non poterlo dire a nessuno. Come se ammettere di stare male fosse una debolezza. Come se per chiedere aiuto servisse prima dimostrare di meritarlo. Kafka scriveva e certamente non si sbagliava: «la pressione esterna non è nulla rispetto a quella che ci imponiamo da soli» ed è proprio quella la più difficile da sopportare. A questo si aggiunge la cultura dello “stringi i denti perché tante persone lo hanno fatto prima di te”, la barriera più grande: l’idea che questa situazione vada affrontato in silenzio, senza disturbare perché il mondo non può ascoltare il tuo rumore. Io, invece, credo che parlarne sia un “atto rivoluzionario” , di coraggio. Credo che l’università, le scuole e anche i luoghi di lavoro debbano creare spazi in cui farlo senza paura né vergogna. Perché la salute mentale non è un “extra”: è la base di tutto. Non puoi costruire il tuo futuro se dentro stai crollando. Non puoi studiare serenamente se ti senti continuamente sbagliato. Primo Levi ricordava: «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario», quindi conoscere le difficoltà dei giovani è il primo passo per affrontarlo davvero. E per questo serve un cambiamento vero: più prevenzione, più ascolto, più presenza. Non servono mille discorsi, serve volontà. Lo dico nel modo più crudo e diretto possibile, così come lo sento: siamo una generazione che viene spesso accusata di fragilità, ma la verità è che stiamo reggendo un mondo che cambia a una velocità impressionante, che chiede sempre di più e un futuro che appare ogni giorno più incerto. Essere sotto pressione non significa essere deboli. Riconoscerlo, invece, è segno di forza. La salute mentale non è un tema per “esperti”: è un tema nostro. È nelle nostre vite, nei nostri amici, nei nostri colleghi. Ed è arrivato il momento di trattarla per quello che è: una priorità.




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4 Commenti

  1. Hai perfettamente ragione caro Bruno, complimenti per il tuo articolo.

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  2. Bellissimo articolo, riassume tutti i discorsi fatti durante i viaggi con i Rappresentanti. Orgogliosa di averti conosciuto.

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