L’illusione del nuovo: il prezzo umano della cultura dello scarto

 



Una concezione che domina la cultura odierna è quella per cui tutto va cambiato in fretta. Ciò che non piace molto spesso diventa oggetto di scarto o ancora peggio di esclusione o discriminazione. In una società dinamica e in continuo mutamento ciò che non segue tale percorso diviene automaticamente vecchio, consunto, insomma cade in disuso. Siamo abituati a sostituire: oggetti, persone… lo facciamo per stare al passo con i tempi, per adeguarci a quello che ci circonda, per sentirci accettati. Consapevolmente o meno ciò ci sembra giusto perché, il marketing, l’economia, i social ci dicono che lo è. Questo meccanismo sfrutta il desiderio umano di possedere quello che non si ha e sono gli standard sociali a dirci cosa dovrebbe essere quel qualcosa: l’ultimo modello di cellulare, di auto, i vestiti all’ultima moda… I termini come “ultimo” o “nuovo” sono ridondanti e le aziende sanno che ciò che è accompagnato da queste accezioni genera interesse. Per far tradurre in guadagno tale formula bisogna insegnare alle persone che le cose che sono vecchie non hanno valore, hanno esaurito la loro funzionalità nella vita quotidiana. È proprio nella vita quotidiana che si inserisce martellante questa spinta al consumismo. Le pubblicità continue che i mass media ci propongono ci spingono ad agire secondo tali termini. La mentalità dell’usa e getta produce un vortice in cui non trova spazio la considerazione del riutilizzo, ma dell’utilizzo, per poco, quanto basta ad annoiarci e a indurci a sostituire. Tale dinamica avviene in tempi così rapidi da non riuscire ad essere smaltita, divenendo dannosa per tutti noi. Abbiamo preso coscienza, ormai da anni delle conseguenze negative che essa genera sull’ambiente. Forse tendiamo a sottovalutarlo, ma le disgustose immagini raffiguranti montagne di rifiuti che produciamo senza sosta parlano chiaro. Comprendere l’importanza di quello che si ha e non darlo troppo per scontato ci aiuta a combattere lo spreco. Non solo, anche riscoprire le sane e a zero impatto tradizioni del passato può essere una buona soluzione. Trovare appagamento non nel disporre di qualcosa di nuovo, ma nel trasformare in modo creativo un oggetto “vecchio” per renderlo ancora utile gioca un ruolo fondamentale nella lotta allo sperpero. Il dramma della cultura dello scarto non fa male solo all’ambiente e alla nostra salute, non si limita solo alle “cose”, ma infetta come un germe le relazioni umane. Va al di là dei semplici beni materiali trasmigrando nei rapporti con il prossimo. Non è raro assistere ad episodi di discriminazione in cui a diventare un rifiuto sono le persone. Ad esserne vittime sono perlopiù categorie di uomini e donne che per determinate caratteristiche non rientrano nei “canoni” da rispettare. Soggetti con problematiche di salute o economiche, oppure semplicemente con un tipo di colore di pelle, orientamento sessuale, credo religioso…. Il pericolo a cui la concezione consumistica ci espone non è solo di tipo ambientale o economico, ma anche sociale. In questo circolo vizioso si salva solo colui che si omologa. Chi è fuori dalle regole è fuori dai giochi, non perché non ne sia capace ma perché vittima di pregiudizi che a priori lo rendono inabile. Il non prendere parte non gli consente di appartenere a nulla, lo rende un’isola lontana dagli arcipelaghi frequentati. Quelle isole sono le periferie delle città, del mondo in cui finiscono i nostri rifiuti materiali affiancati da quelli “umani”. Non è un caso che le più grandi discariche a cielo aperto si trovino in regioni più povere e disagiate del pianeta. E così tutto questo rientra nelle cose che non ci piacciono, le guardiamo e passiamo oltre o ci giriamo dall’altra parte perché anche la loro vista ci nausea e non ci chiediamo quale sia il loro valore reale. In questa prospettiva non vi è riscatto, rinascita per le persone oggettivizzate e la speranza di un futuro migliore si affievolisce. Il tarlo del degrado continuerà ad insinuarsi in un loop ininterrotto fino a quando anche noi come gli “scartati” faremo i conti con le conseguenze della nostra condotta destinata a riflettersi inevitabilmente presto o tardi nelle nostre vite.



Scritto da Domenica Pia Leuzzi 

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