L’11 novembre 1821 nasceva Fëdor Michajlovič Dostoevskij! Nella rubrica “mARTEdì”, vogliamo cogliere l’occasione per ricordare la sua grandezza letteraria attraverso un excursus delle sue opere ma soprattutto attraverso un’altra meravigliosa forma artistica: la pittura.
Il ritratto più famoso di Dostoevskij è quello firmato Vasilij Grigor'evič Perov, pittore russo e fondatore del gruppo dei “Peredvizniki”, un gruppo di pittori realisti. Il dipinto del romanziere risale al 1872, oggi conservato a Mosca presso la Galleria Tretijakov. Nel ritratto, in uno sfondo scuro e ombreggiato primeggia Fëdor Dostoievskij, all’epoca caporedattore della rivista “il cittadino”. È raffigurato con una barba folta e le mani incrociate ma, ciò che cattura, immediatamente, l’attenzione è il suo sguardo immerso nel vuoto. Il protagonista è lo scrittore che, inequivocabilmente, si impone nell’immagine, non con arroganza e superbia, come spesso accade nei ritratti di personaggi letterari o storici, prettamente celebrativi, ma in modo cupo e solitario, pensieroso e tormentato. Queste le sensazioni visive che affiorano, e che sono altrettanto presenti,in forma scritta, nei romanzi di Dostoevskij e che lo hanno portato all’immortalità letteraria. Perov, con un assoluto realismo, ha voluto rendere omaggio ad una personalità letteraria molto profonda, un Dostoevskij avvolto in un pastrano verde inserito in un contesto perfettamente in equilibrio con la sua poetica e il suo pensiero. Del resto, lo stesso Perov, ha dedicato la sua arte a raffigurare la realtà in un’atmosfera scura e opprimente ma sempre aderente alle vicende del tempo. Fëdor Dostoevskij è uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, promotore del romanzo moderno e tra i primi a portare al centro dei suoi scritti l’animo dell’uomo nella sua dimensione più nuda e scabrosa. È autore di celebri romanzi come: il monumentale “Delitto e Castigo”, “i Fratelli Karamazov”, e altre opere che non raccontano solo la trama, l’intreccio dei vari personaggi e lo spannung (sempre presente nei suoi scritti) ma rappresentano, altresì, la crescita e l’evoluzione di un autore rivoluzionario. Perché il Dostoevskij de “Le Memorie dal sottosuolo” non è lo stesso di “Delitto e Castigo” e degli altri romanzi di questo filone improntato, prevalentemente, sul tema chiave del peccato e del peccatore. La genesi di questo grande romanziere si colloca a Mosca, dove nacque da una famiglia nobile di origine lituana e sin dalla tenera età fu avvicinato al mondo della lettura. Fu ammesso alla scuola d’Ingegneria a San Pietroburgo, studi che affrontò controvoglia poiché convogliava gran parte delle sue energie alla letteratura, infatti plasmò la sua personalità letteraria e la sua poetica leggendo e studiando i grandi del suo tempo come Walter Scott, Goethe, Balzac etc. Tuttavia tra le sue passioni si ravvisò anche il gioco d’azzardo, tant’è che non si risparmiò difficoltà economiche e finanziarie, nonostante il suo incarico di ufficiale nell’esercito. La massima espressione della sua “dipendenza” è racchiusa ne “Il Giocatore”(1866), un romanzo scritto all’insegna della fretta dell’editoria ma dal quale emerge con chiarezza come il protagonista sia soggiogato al vizio (secondo alcuni interpreti il protagonista si identificherebbe con lo stesso autore). È un’opera dominata da eventi assolutamente imprevedibili in netta continuità con il tema del racconto ovvero il gioco d’azzardo e le probabilità di vincita. Famoso, dell’autore, anche “Le notti bianche”, un racconto ascrivibile al suo periodo romantico, in cui è centrale la figura di un uomo, il Sognatore, che in un tempo e in un luogo indefinito si innamora di una giovane ragazza, ma si trattò di un attimo: un amore effimero e fuggevole, raccontato sublimemente. Dostoevskij ebbe una vita tormentata, fu condannato per le sue idee socialiste e questo gli costò la vita. Infatti, la sua vita, i suoi traumi e le sue esperienze travagliate si riflettono nei suoi romanzi, dai quali, frequentemente, si percepisce uno spaccato storico, delle vicende del tempo, in Russia e in Europa, ma sopratutto risalta, con una lucidità disarmante, tipicamente Dostoevskiana, uno scavo psicologico profondo, perché racconta la psiche umana, non arretrando dinanzi alle brutture, allo sgradevole o al maligno ma indaga, si domanda e dedica un’analisi spietata all’uomo gettando il lettore in un’inquietudine con cui, inevitabilmente, è portato a confrontarsi. Dostoevskij è un autore che non lascia senza domande. Spesso, dalla sua scrittura si colgono anche delle tracce di vita quotidiana e di fatti realmente accaduti, come accade con “La mite”, un racconto del 1876, scritto ispirandosi ad un fatto realmente accaduto al suo tempo. Il racconto culmina, anzi si apre, con il suicidio di una giovane donna e del marito che giace accanto a lei ponendosi innumerevoli domande. Nella “Mite”, l’autore afferma, ancora una volta, il suo rifiuto verso il convenzionale, verso sequenze logiche e sociologiche degli accadimenti, si pone una serie di domande, di fatto rivolte al lettore, destinate a rimanere, fino alla fine, senza risposte. La critica ha messo in evidenza che la poetica di Dostoevskij è il “modello di un mondo” perciò, qualsiasi riduzione al poliziesco, allo studio psicologico di caratteri o ancora, all’apologo sulla possibile redenzione di un assassino, è il caso di Raskolnikov, non renderebbe ragione alla sua complessità e alla sua modernità. Perché se è vero che la letteratura classica risuona di “modernità” è vero che il modello di mondo scritto da Dostoevskij è in gran parte ancora il nostro. Non a caso, uno studioso di letteratura russa, Renato Poggioli, definisce Dostoevskij un “possente eroe della cultura, incarnazione del genio russo aleggiante il soffio dello spirito sui deserti del mondo moderno”.
Scritto da Chiara Navarra,
da un’idea, condivisa, di Aurelia Mangone.

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