Diritto e giustizia nella disabilità: tra uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale

 





La disabilità non è un limite della persona, ma il risultato delle barriere che la società costruisce : fisiche, culturali e mentali.

In altre parole, non è la persona ad avere un problema, ma la società quando non è in grado di accoglierla.

Il tema della disabilità non può essere ridotto a una questione di assistenza o solidarietà: è, prima di tutto, una questione di diritti e giustizia. Parlare di giustizia nella disabilità significa riconoscere la dignità e l’uguaglianza di ogni persona, garantendo pari opportunità di partecipazione alla vita sociale, economica, culturale e politica. Il diritto, in questo contesto, assume il ruolo di strumento fondamentale per correggere le disuguaglianze e rimuovere le barriere materiali e culturali che ostacolano la piena inclusione.

Un punto di svolta nella tutela dei diritti delle persone con disabilità è rappresentato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, adottata nel 2006 e ratificata dall’Italia nel 2009 (Legge n. 18/2009).

La Convenzione non introduce nuovi diritti, ma ridefinisce il modo di intendere la disabilità: non più come una condizione individuale di “mancanza” o “inferiorità”, bensì come il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere ambientali o comportamentali che ne limitano la partecipazione.

In quest’ottica, lo Stato è chiamato a garantire l’uguaglianza sostanziale, non solo formale, intervenendo attivamente per assicurare accessibilità, educazione inclusiva, lavoro dignitoso, partecipazione politica e indipendenza personale.

Nel contesto italiano, il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione rappresenta la base di ogni politica inclusiva. Esso non si limita a vietare la discriminazione, ma impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Tra le principali normative in materia troviamo:

Legge n. 104/1992, che stabilisce i diritti, l’assistenza e l’integrazione sociale delle persone con disabilità;

Legge n. 68/1999, sul diritto al lavoro delle persone con disabilità

Tuttavia, la distanza tra la legge e la realtà quotidiana rimane ampia. Barriere architettoniche, pregiudizi culturali, mancanza di risorse nei servizi sociali e scarsa formazione del personale sono ancora oggi ostacoli concreti all’effettiva parità. La giustizia nella disabilità non può limitarsi al riconoscimento dei diritti: deve concretizzarsi in una giustizia distributiva che assicuri risorse e opportunità adeguate.

Il principio di “uguaglianza nelle differenze” implica che trattare in modo uguale situazioni diseguali produce ingiustizia. Occorrono quindi politiche personalizzate, che tengano conto delle specifiche esigenze di ciascun individuo dai supporti educativi alla tecnologia assistiva, dai servizi di autonomia abitativa alle misure per l’inclusione lavorativa. 

La giustizia sociale, in questo senso, coincide con la possibilità per ogni persona di realizzare pienamente sé stessa, nonostante le limitazioni imposte dal contesto o dalla propria condizione. 


La legge da sola non basta: serve una cultura della giustizia inclusiva, capace di promuovere il rispetto, la consapevolezza e la solidarietà.

I media, la scuola, le istituzioni e le famiglie svolgono un ruolo decisivo nel superare la visione pietistica o assistenzialista della disabilità.

La vera giustizia nasce quando la società riconosce che la diversità è un valore, e che la partecipazione di tutti arricchisce la collettività nel suo insieme.

L’obiettivo non è “aiutare” la persona con disabilità, ma rimuovere gli ostacoli che impediscono a ciascuno di vivere in modo libero e dignitoso.

Solo quando il diritto sarà vissuto come strumento di equità reale, e la giustizia come riconoscimento pieno dell’umanità di ogni individuo, potremo dire di essere una società veramente civile e soprattutto inclusiva.




Scritto da Lara Cosentino 

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