Partendo da un presupposto semplice: la politica è l’arte di governare la società o la vita pubblica di una comunità, come insegna la sua radice greca, legata all’amministrazione della polis, la città.
Eppure, osservando ciò che accade da anni, sembra che la politica sia sempre più spesso diventata un fine, un punto di arrivo personale, un mezzo per realizzare obiettivi individuali o per pura ambizione.
Così, la politica perde la sua funzione originaria: non più servizio alla comunità, ma trampolino per interessi privati.
Ecco perché tante persone si sono allontanate dalla partecipazione: l’astensionismo è figlio di una politica che ha smesso di essere concreta e vicina alla vita reale.
Tutto si è trasformato in slogan, in battaglie tra opposti ideologici, mentre i problemi veri restano lì: sanità, sicurezza, trasporti, servizi locali.
A livello nazionale, molte promesse. A livello regionale e comunale, spesso poteri limitati e mal gestiti. Il risultato? Si candidano (e spesso vengono eletti) persone poco competenti, che poi lavorano per sé stessi più che per il bene comune.
Forse la politica dovrebbe tornare ad attrarre persone capaci, preparate, realmente motivate a migliorare ciò che ci circonda. Ma oggi, diciamolo chiaramente: non conviene.
Si è persa la concretezza, il pragmatismo, la cultura delle idee.
Ovviamente non si vuole generalizzare: esistono tante persone competenti e capaci all’interno del mondo politico, o nella sua componente più civica. Tuttavia, in molti casi, vedo persone poco capaci o poco coinvolte, spesso più attente a dinamiche personali che al bene comune.
Troppo spesso, le decisioni cruciali sono in mano ai partiti e ai loro leader, che appaiono distanti dalla realtà concreta delle persone.
E questo vale anche a livello regionale e comunale, proprio dove le istituzioni sono più vicine ai cittadini.
Anche quando viene eletto un sindaco, di un paese, come di una città , spesso si assiste a mancanza di visione, assenza di progettualità o scarsa capacità gestionale.
E questo si traduce in problemi reali nella vita quotidiana delle persone, nei paesi come nelle città.
Un’altra cosa che ho rilevato è che istituzioni, partiti e amministratori spesso si riempiono la bocca di parole come partecipazione e confronto, ma nei fatti questo accade raramente, o quando accade è fatto male, in modo troppo formale o poco efficace.
Questo rivela un problema più profondo, legato forse alla concezione stessa della democrazia da parte di chi ricopre ruoli di rilievo.
Ma la responsabilità non è solo della politica: anche il giornalismo, in molti casi, si mostra schierato, poco obiettivo, alimentando visioni distorte e contribuendo a creare distanza tra cittadini e istituzioni.
E dunque, come si può pretendere un reale miglioramento della vita di una nazione, di uno Stato, di una regione o di un Comune, se manca il confronto nei luoghi preposti a farlo, come il Parlamento, i consigli regionali o comunali?
Come può esserci partecipazione consapevole se i cittadini non vengono informati in modo chiaro, corretto e completo?
Senza confronto e senza un’informazione libera e accessibile, la democrazia si svuota di significato e diventa solo una parola.
Per questo, il dibattito democratico deve tornare centrale, così come devono tornare al centro le competenze nei ruoli chiave: servono figure preparate, capaci di ascoltare, decidere e guidare con responsabilità.
Scritto da Alessio Ferraro
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