Ho scoperto all’estero cosa mangiano credendo sia italiano: il vero impatto dell’Italian Sounding

Inizio a scrivere questo editoriale su un tema che, a mio avviso, è importante e allo stesso tempo incredibilmente sottovalutato. Voglio partire da un fatto che mi ha coinvolto in prima persona e che, ripensandoci, è davvero bizzarro.

Quest’estate sono stato in vacanza in Portogallo e in Spagna. La sera, non sapendo mai cosa cucinare, finivo spesso al supermercato sotto l’hotel per prendere qualcosa da mangiare. Ebbene, rimarrete stupiti: in quei benedetti supermercati il 90% dei prodotti sugli scaffali aveva la bandiera italiana, nonostante fossero prodotti in Portogallo, Spagna, o magari in Turchia… insomma, ovunque tranne che in Italia.

Ecco, con un esempio reale e semplicissimo, cos’è l’Italian Sounding.

E non succede solo in Portogallo o in altri tre o quattro Paesi: succede ovunque, in tutto il mondo. Basti pensare, per fare un altro esempio, a chi in Florida compra il “Parmesan”, che di Parmigiano Reggiano non ha assolutamente nulla. Non è il miracolo dell’export italiano, ma un paradosso della globalizzazione: milioni di consumatori credono di acquistare prodotti italiani, mentre riempiono il carrello di imitazioni che dell’Italia hanno solo un nome ammiccante e un’etichetta tricolore appiccicata sopra.

Il risultato? Danni enormi alla qualità percepita dei nostri prodotti e un colpo diretto al vero export italiano. Potrei fare decine di altri esempi, ma credo che il concetto di Italian Sounding ora sia chiaro. E l’export delle regioni è sempre più in perdita anche a causa di questo fenomeno: basta guardare il grafico qui sotto per capire i miliardi di euro persi ogni anno.

Sotto potete vedere un altro grafico che mostra, in maniera brutale, come vengano vendute più imitazioni di “prodotti italiani” che prodotti realmente creati nel nostro Paese. Ma questo apre un altro tema: quando si acquista, la maggior parte delle persone guarda prima al portafoglio. È inutile sottolineare che l’inflazione sull’export, su scala globale, ricade sempre sul consumatore finale.

In alcuni Paesi come Cina, Giappone e Canada, una recente rilevazione mostra che 7 consumatori su 10 cercano prodotti italiani senza badare al prezzo. Qui sotto trovate anche il grafico con il confronto degli altri Paesi.

Un ulteriore strumento che danneggia i nostri prodotti è il Nutri-Score, ormai adottato nella maggior parte dei Paesi europei. E qui voglio ricordare una frase che dovremmo stamparci in testa:

“Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit.”
(Tutto è veleno; nulla esiste che non sia velenoso. Solo la dose fa sì che il veleno non faccia effetto.)

E allora sì, è ovvio che la Nutella faccia male se ne mangi un barattolo al giorno. Ma non diventa automaticamente un veleno se ti fai un panino alla Nutella una volta a settimana, o anche ogni due giorni. Nutrizionisti, perdonatemi, ma è così. Avviandomi alla conclusione, credo che la vera consapevolezza debba partire dal consumatore estero.

Nella stragrande maggioranza dei casi, quando arriva in Italia e prova davvero i nostri prodotti, si accorge solo allora della ciofeca che ha mangiato fino al giorno prima. Chi invece non verrà mai in Italia, probabilmente morirà convinto di aver mangiato “prodotti italiani” per tutta la vita, mentendo perfino a se stesso senza saperlo.

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