Le Nostre squadre Calabresi definiscono una posizione ben consolidata in lega Pro nel girone C: il Cosenza vince in casa 4 a 1 contro il Casarano con le reti, rispettivamente, di Mazzocchi (45’), Ricciardi (49’), Cannavò (87’), Achour (92’) piazzandosi così al quarto posto con 23 punti; mentre il Crotone pareggia una partita complicata in casa della Salernitana smuovendo la classifica e definendosi al settimo posto con 18 punti. Gli Squali solo recentemente hanno avuto disguidi con la propria tifoseria, secondo la quale i propri giocatori non “onorano” la maglia.
Schiettezza, trasparenza e lealtà: sono questi i caratteri che definiscono quel legame indissolubile tra i sostenitori e le loro squadre del cuore e, anche a Catanzaro, la questione non è diversa.
Le Aquile di mister Aquilani trovano, però, nel girone settimanale, una sconfitta per 1 a 0 in casa dell’Empoli, squadra rimasta in 10 per tutto il secondo tempo e che è, ciononostante, riuscita a trovare la vittoria.
“Noi vogliamo gente che lotta” cantavano qualche giorno fa i supporter giallo-rossi, e la squadra sembrava essersi riassestata a seguito delle vittorie con il Palermo, il Mantova ed il Venezia. Ma ora sembra riaprirsi nuovamente quel tunnel buio fatto di poca speranza ed una buona dose di terrore, non già per il risultato che costituisce il fine di una prestazione di mezzi per la quale, cioè, non è garantito l’esito positivo, quanto per la mancata reazione che si è verificata in campo da parte delle aquile.
Squadra e tifosi si appigliano al loro punto di riferimento assoluto, a colui il quale è punto fisso per la città tutta: il capitano Pietro Iemmello.
Sono pochi i giocatori che storicamente hanno svolto un ruolo così importante per le proprie squadre e, data la ricorrenza della morte di uno dei giocatori più importanti della storia, ci sembra opportuno dedicare la maggior parte dello spazio ad Helenio Herrera, partendo da alcune importanti testimonianze che descrivono, di fatto, la sua celebre figura.
Alcune testimonianze memorabili:
"Era avanti anni luce e allenava la nostra testa prima delle gambe. Quando è arrivato in Italia, nessuno sapeva bene i nomi degli allenatori: apparivano a malapena sui giornali e lavoravano solo in spogliatoio e in campo. Lui invece ha ribaltato le cose".
Sandro Mazzola, ex attaccante dell'Inter.
"Ha cambiato il calcio italiano con la psicologia. Le TV non erano quelle di oggi, ma noi sapevamo tutto sugli avversari grazie alla sua rete di amici in tutto il mondo. Pensava al calcio 24 ore su 24 ed è riuscito a tramandare la sua professionalità a tutti i giocatori".
Giacinto Facchetti, ex capitano e presidente dell'Inter.
"Come José Mourinho, Herrera era un grande comunicatore, anche se Herrera era più un sergente. Per me è fra i più grandi allenatori di tutti i tempi perché è riuscito a trasformare l'Inter in squadra vincente".
Massimo Moratti, ex presidente dell'Inter.
"Il suo metodo è logica e applicazione, criterio analitico e fiducia in se stesso. Nessuno al mondo crede in H.H. quanto lui. È certo, innegabile, arcisicuro che H.H. voglia un bene dell'anima a H.H., e che lo stimi più di chiunque su questa terra".
Gianni Brera, leggendario giornalista sportivo
Il 9 novembre del 1997 moriva uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi: Helenio Herrera, detto “il Mago” o, più semplicemente, “H.H.”.
Helenio Herrera nasce a Buenos Aires, in Argentina, il 10 aprile del 1910.
Da giovane, è stato un modesto calciatore, autore di una carriera ventennale senza particolari acuti.
Acuti che raccoglierà da allenatore, perché divenne uno dei maggiori artefici delle fortune dell’Inter, a partire dalla metà degli anni ’60, ma fu vincente anche sulle panchine della Roma e del Barcellona, squadra con la quale chiuderà il suo ciclo da allenatore.
Herrera era di origine spagnola (il padre, Paco, era andaluso) e alle spalle aveva una famiglia di umili origini. È vissuto a Palermo, fino a 8 anni, in un quartiere molto povero. Nel 1918, ancora bambino, si trasferisce assieme alla famiglia in Marocco, a Casablanca; qui, inizia a praticare boxe e si avvicina gradualmente al calcio approdando nella squadra locale, il Roca Negra. Viene contemporaneamente notato dal Racing Club, con cui gioca dal 1931 e fino al 1934 e affianca oltre al calcio anche altri lavori, tra cui quelli dell’operaio, tornitore e magazziniere.
Ottiene dopo alcuni anni il passaporto marocchino e viene così convocato dalla Nazionale per disputare una partita amichevole contro la Francia. Viene invitato da un club francese, il Frangais, di Parigi, che lo nota e gli propone un provino. Si trasferisce a Parigi dove gioca fino a metà degli anni 40 in svariate squadre, tra cui l’Olympique di Charleville, l’Excelsior, Red Star e il JS Puteaux, con cui inizia il doppio ruolo allenatore-giocatore, a partire dal 1945.
Il primo grande risultato da allenatore arriva nel 1949, con la salvezza per il Real Valladolid. Passa all’Atletico Madrid e vince, già alla prima stagione, il Campionato spagnolo. Vincerà ancora, l’anno successivo, mentre il terzo anno sarà un secondo posto. Decide di dare a sorpresa le dimissioni e passa così al Malaga. Un’altra salvezza la conquista con il Deportivo la Coruna, mentre a Siviglia raccoglie 3 ottimi piazzamenti in altrettante stagioni agonistiche.
A causa dei rapporti turbolenti con la dirigenza del Siviglia, decide di lasciare la Spagna e approdare in Portogallo, al Belenenses, poi nuovamente in Spagna, al Barcellona, l’anno dopo, nel 1958. Qui vincerà praticamente tutto, dai campionati alla Coppa nazionale, fino alla Coppa delle Fiere (successivamente chiamata Coppa UEFA).
Batterà proprio la sua futura squadra, l’Inter, nel 1960, in Coppa delle Fiere, andata e ritorno, ragion per cui il presidente, Angelo Moratti, decide di investire su di lui per la stagione 1960-61.
La sua filosofia di calcio (ancora figlia del “catenaccio”), ma già incentrata sul concetto del pressing moderno e sul gioco veloce, è una vera rivoluzione nel mondo del football. Riempie gli spogliatoi di cartelli che esaltano il gioco veloce e il collettivo, come il celebre “Giocando individualmente, giochi per l’avversario”, o l’altro spot, altrettanto leggendario: “Il calcio moderno è velocità. Gioca veloce, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati velocemente”. Un altro celebre aforisma fu: "Classe + Preparazione + Intelligenza + Atleticità = Scudetto". Il suo motto, d’altronde, è “Tacalabala!”, versione un po’ maccheronica del francese “Attaquez le ballon!”.
Tuttavia, dopo una partenza perfetta, l’Inter crolla in primavera e sono molti coloro i quali attribuiscono la strana tendenza di forma dei giocatori all’effetto del doping. In due anni, Herrera non vince nulla e nella primavera del 1962 alcuni giocatori dell’Inter vengono squalificati.
Al terzo anno, nella stagione 1962-63, Herrera vince il campionato e la svolta, molto probabilmente, arriva con l’esplosione della stella di Sandro Mazzola, ancora ventenne, ma già calciatore di gran classe e personalità.
Durante le sue 8 stagioni con la Beneamata, vincerà due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e ben tre scudetti. E, seppur tra molte polemiche, entra nella leggenda, dando vita a quella che verrà ricordata come la “Grande Inter”.
Passerà alla Roma nel 1968-69, dove vincerà una Coppa Italia, la Coppa Anglo-Italiana ma perderà le semifinali di Coppa delle Coppe solo a causa di un sorteggio sfortunato.
Dopo una stagione a Rimini, si trasferisce nuovamente in Spagna, chiamato da Josep Lluís Núñez alla guida del Barcellona. È il canto del cigno per H.H. il quale, con la squadra catalana, riesce prima a qualificarsi per la Coppa Uefa, nel 1980, e, l’anno dopo, a vincere la Coppa del Re.
Dopo questa ultima parentesi spagnola, Herrera decide di concludere la carriera da allenatore, dedicandosi soprattutto a commentare eventi sportivi in trasmissioni televisive popolari. Ritiratosi a Rialto, in provincia di Venezia, Helenio Herrera muore il 9 novembre del 1997 a causa di un arresto cardiaco.
scritto da: Thomas Le Pera e Riccardo Mangone

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