Roma caput mundi, lavoro caput requiem.

Dal primo gennaio sino ad oggi sono decedute sul lavoro 780 persone, un dato (che, come dico sempre, non deve ridursi al semplice numero) allarmante che rende noto come non si investa, e quanto poco ci importi, della sicurezza sul lavoro. L’ultimo risale a 10 giorni fa, quando un uomo ha perso la vita sul lavoro per mancanza di DPI, ma la vicenda è stata nascosta e resa nota solo qualche ora fa. Siamo nel 2026, l’anno in cui secondo il futurista Marinetti le auto avrebbero dovuto volare, e invece si muore ancora sul lavoro. Qualche settimana fa, anche a Roma, la città simbolo del Giubileo della Speranza, ha visto sotto i suoi occhi morire un uomo che stava lavorando alla ristrutturazione della Torre dei Conti in pieno centro, di fronte ai Fori Imperiali e a due passi dal Colosseo. Tutto questo perché: il ponteggio non era stabile? mancavano le verifiche strutturali? mancavano le vie di fuga? mancava un perimetro di sicurezza?. Sono state avviate le indagini che faranno sicuramente chiarezza a queste mille domande che ci poniamo, ma al 90% potremo rispondere di sì: mancavano le basi della sicurezza, che sono alla conoscenza anche di una qualsiasi persona che incontriamo per strada. Ritornando alla città di Roma, si parla tanto di Giubileo: esso stesso ci suggerisce che bisogna "convertire lo sguardo" che rivolgiamo al prossimo, denunciando, ad esempio, la mancanza di sicurezza sul posto di lavoro che, attenzione, non è voler creare disagio al datore di lavoro, ma tutelare lui e soprattutto noi stessi. Papa Leone XIV ha richiamato più volte il suo predecessore nella successione numerica, Leone XIII, in alcuni passaggi della Rerum Novarum, dove ci dice che il lavoro non è merce e che il lavoratore non è un ingranaggio del sistema del lavoro. Ecco alcuni passaggi importanti: “non è giusto né umano adoperare gli uomini come cose ad uso e profitto, e non tener conto che essi hanno una dignità umana e sono persone”; poi: “non sia oppresso da un giogo disumano e che non cada sotto il dominio di chi lo sfrutta per il proprio vantaggio”; infine un altro passaggio importante: “al lavoratore sia dato un salario sufficiente a provvedere in modo conveniente ai bisogni propri e della famiglia”. Ci sono frasi che noi studenti di giurisprudenza non sentiamo per la prima volta e che sono alla base del nostro ordinamento: l’art. 4, che enuncia il diritto al lavoro; l’art. 36, che ci parla di salario sufficiente; l’art. 35, che tutela il lavoro in tutte le sue forme. Noi saremo i futuri liberi professionisti, imprenditori, dirigenti, impiegati e operai del futuro: dobbiamo metterci ben in mente che la sicurezza non è un costo, ma una tutela e salvaguardia del dono più grande, che è la vita. La sicurezza non è data dall’improvvisazione ma “dall’organizzazione”, così come enuncia benissimo il codice civile quando ci dà la definizione di imprenditore e lui, come padre dell’azienda, non dovrebbe mai mettere a rischio i propri figli, che sono i lavoratori. Tutte le 780 campane che hanno suonato ad requiem nel 2025 sono il segnale che qualcosa deve cambiare: serve inasprire le norme, ma dapprima dobbiamo “convertire” (per usare un riferimento biblico) la nostra mentalità.




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