Scritto da: Riccardo Mangone
Dino Buzzati è stato uno dei letterati più influenti del Novecento italiano, ma fu anche un ottimo pittore, scarsamente ricordato. Affermava chiaramente: «Dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa, io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. La mia attività di scrittore e la mia attività di pittore rientrano nel medesimo genere di operazioni mentali. Tanto è vero che i “competenti” giudicano i miei quadri letteratura e non vera pittura. Il che in fondo non mi dispiace». Quella della pittura è una passione giovanile, stroncata nel momento in cui iniziarono i bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Durante quel doloroso periodo, anche casa sua fu colpita dalle bombe che distrussero Milano, così da cancellare ogni opera che era riuscito a realizzare, dalle tele fino ai bozzetti preparatori. Solo all’inizio degli anni ’60 sulla scrivania di Dino, assieme alle penne, taccuini e alle immancabili sigarette tornarono finalmente i pennelli (che non abbandonò più). Buzzati parla per immagini e risponde a un suo immaginario. La nota “Invasione degli orsi in Sicilia”, ma anche “Bàrnabo delle montagne” del 1933, “Il deserto dei Tartari” del 1940 (opera che lo consacrò), “Sessanta racconti” del 1958, opere letterarie che assumono la forma di “dipinti fatti con le parole”, sovente racchiusi in poche pagine, come se fossero piccole opere di Magritte (uno dei suoi pittori preferiti), utili e sufficienti ad incorniciare un racconto, amato e vissuto dal nostro scrittore. Per Buzzati il “disegno” rappresentava un aggettivo, un sostantivo o un nome proprio di persona, ma a volte anche un intero universo. Fu un viaggio in Giappone, negli anni Sessanta, che lo colpì nel segno, facendolo appassionare all’arte pittorica e anche al sistema di grafia giapponese. Nel 1963, in veste di giornalista, viene inviato dal Corriere della Sera per raccontare agli italiani quel mondo lontano, che solo un anno dopo avrebbe accolto le Olimpiadi di Tokyo. Buzzati ci va, osserva, racconta e apprende. Il sistema di scrittura giapponese lo affascina molto. Tornato a Milano, pittura e disegno tornano al centro del suo credo e della sua attività di scrittore, al punto che anche la firma diventerà un dipinto, battezzando quel «Dino Buzzati» pennellato, con cui firmerà tutte le sue opere mature. Nel 1965, Dino Buzzati propone un “Poema a fumetti” all’editore Mondadori, con il quale riceve un contratto in esclusiva. In quel periodo, nasce il personaggio di Linus e Gandini, Eco e Del Buono iniziano a discutere dell’importanza del fumetto di Charlie Brown, su pagine dedicate a un pubblico adulto, assieme ad un altro grande personaggio fumettistico, Braccio di ferro. Buzzati ha in testa di ideare una sorta di “graphic novel”, ovvero un romanzo grafico, disegnato, alla stregua di un Orfeo ed Euridice contemporanei. La Mondadori non è d’accordo e ritiene, anzi, che possa rivelarsi un insuccesso. La discussione durerà quattro anni, fino al 1969, quando la casa editrice milanese decide di accontentarlo e dare “Poema a fumetti” alle stampe. Verrà finalmente stampato a Verona, dove Mondadori già stampa Topolino. E il risultato finale, purtroppo, conferma la genesi: non sapevano cosa fare con quell’opera! Nessuna correzione delle bozze dell’autore, le sue note ignorate, allineamenti casuali, gli “a capo” gestiti male. Di lì a poco Buzzati torna da Garzanti, con la quale pubblica, nel 1971, “I miracoli di Val Morel”. I miracoli di Val Morel è il libro con cui Buzzati si congeda con i suoi appassionati poco prima di morire. Da un fantomatico manoscritto ritrovato, tra appunti di papà, santuari spariti e custodi con la memoria lunga, il nostro scrittore(qui anche in veste di pittore) disegna e racconta i trentanove (mai avvenuti) miracoli compiuti da Santa Rita da Cascia in Val Morel.Tra penna e pennelli, citazioni storiche e fantascienza, Buzzati riesce ad ideare un perfetto saluto a capitoli, tutti insieme e ognuno per sé. Ogni racconto è illustrato. E lo fa affidando a ciascuno di essi alla Santa dei casi disperati, la Santa degli impossibili, che Buzzati caratterizza con una scopa e con superpoteri, vestendola da ombrello per la valle (“La Balena Volante”) o da tappo per una bottiglia di whisky (“La Bottiglia”), facendole tirare la coda a un lupo (“Cappuccetto Rosso”) o volare al comando di palazzi armati (“I marziani”). I miracoli di Val Morel rappresentano appieno Dino Buzzati come giornalista, scrittore e pittore. Sono insieme cronaca e fantasia, storia e folklore, territorio e galassia, religione e laicità. Sono il suo buffo e profondo addio, la fine che coincide con il suo inizio. Descrivono il ritorno a casa, Belluno dopo Milano. Buzzati confesserà: “il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie”. Questo racconto sarà la sua ultima partita, l’ultimo «caso disperato» – o impossibile – da affidare a Santa Rita. Come testimoniano le copie custodite dall’”Associazione Internazionale Dino Buzzati”, l’8 dicembre 1971, giorno del quinto anniversario di matrimonio, Dino Buzzati scrive un biglietto alla fioraia Anna Maria, le chiede se verso le 10:30 può far mandare a casa «un bel cesto di bellissimi fiori» per la sua Almerina. I fiori di Anna Maria sono bellissimi e poco dopo in bottega arriva un libro, con una dedica: «Cara Signora Anna Maria, i suoi fiori, la sua lettera così gentile sono stati una cara sorpresa. La casa è tutta profumata. Non sappiamo come ringraziarla. Ma almeno questo libretto le porti i nostri più affettuosi auguri di Buon Natale. Dino e Almerina Buzzati». Quel libretto era proprio “I miracoli di Val Morel” e il pomeriggio di quell’8 dicembre Buzzati entra nella clinica di Milano “La Madonnina”, da cui non uscirà più. Morirà più di un mese dopo, il 28 gennaio del 1972. Sarà il suo ultimo racconto.
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