Il fenomeno di Gaza: la partecipazione attiva non è mai svanita?

 Scritto da: Domenica Pia Leuzzi 

Se c’è una cosa che sorprende riguardo le vicende del conflitto Israelo-palestinese, e penso come me, altri, è l’ondata di partecipazione che ha attraversato e attraversa il nostro paese e non solo. Ora, non sono qui per parlare di fenomeni geopolitici o sociali non ne avrei gli strumenti, ma da semplice cittadina una riflessione mi spinge a scrivere. È da semplici cittadini che in molti ci chiediamo in che direzione va il mondo e forse è proprio Gaza, una striscia di terra, a darci una chiave di lettura. Tra notizie su notizie, pareri su pareri e discorsi su discorsi, tanto si dice sulla vicenda, di innegabile portata storica, ma una cosa è certa ha fatto e fa rumore, in termini spartani ha “smosso qualcosa”. Quel qualcosa che si cerca si è sempre cercato, un piccolo spiraglio di luce, è fuoriuscito da un terreno che sembrava morto. Piccolo o grande non importa, le piazze, le strade, i cortei hanno parlato anche a nome di chi non c’era, di chi chiede un cambiamento da anni, e neppure lo dice o lo sa. Perché prima di essere una manifestazione “ProPal” è desiderio sopperito di trasformazione sociale e non solo, che tutti coviamo dentro, di cui non siamo consapevoli o che non abbiamo il coraggio di guardare in faccia. E allora lo mettiamo sui volti dei bambini in lacrime o morti, delle madri disperate, dei padri senza scelta, perché lì riusciamo finalmente a vederlo. Lì la disumanità e il dolore sono tali da smuovere qualcosa, d’altronde l’orrore risveglia le coscienze, la storia lo insegna. Ma insegna anche che molto spesso si arriva tardi a protestare, si attende, e intanto la soglia del malcontento si supera, e quando la coscienza collettiva esplode come la si può fermare?. È come pretendere di tenere a freno una pentola che bolle, con il coperchio o no l’acqua schizzerà comunque. Se i governi sono i primi a gettare disordini a creare violenza, come possiamo pretendere che le folle urlanti lascino ordine al loro passaggio?. Allora chi critica il caos delle manifestazioni tenga a mente anche questo: riconosca il malcontento che lo abita, quello stesso disagio che spesso resta chiuso in casa e finisce per riversarsi in odio sui social, contro chi quel malessere lo porta in strada e lo trasforma in voce. Al netto di ciò ci riscopriamo così umani perché non credevamo esserlo, magari non lo pensavamo dei nostri simili, o forse siamo semplicemente una società pessimista che non si fida del suo essere collettività. La partecipazione attiva in favore di Gaza ci meraviglia per questo, confermando che più di essere realmente assuefatti viviamo aggrovigliati in questa narrazione. Per anni ci siamo eretti sulle spalle dei nostri padri, madri, nonne, nonni su quello che hanno costruito manifestando, riconoscendogli una capacità di farlo che a noi non appartiene più. Così conviviamo con l’amarezza che la nostra coscienza collettiva non sia abbastanza forte e coesa come quella delle suffragette, della classe operai rivoluzionarie, dei partigiani, del Civil Rights Movement per citarne alcuni. Come possiamo convincerci che l’uomo moderno, sebbene così individualista sia disinteressato a tal punto alla sofferenza collettiva?. Considerando che il dolore del mondo non dobbiamo andarlo a cercare, ma bussa alle nostre porte quando scrolliamo sui social, o guardiamo il tg. In aggiunta, l’incapacità degli Stati di dare risposte concrete, e ancor peggio il loro silenzio, a lungo andare stanca, soprattutto se l’algoritmo delle piattaforme digitali ci obbliga volente o nolente a constatarlo. La consapevolezza dunque se non è scelta è forzata. Di contro l’esposizione continua, lo dicono gli studi, crea abitudine e di conseguenza desensibilizzazione. Ma questo fenomeno scientifico, potrebbe diventare un pretesto per giustificare l’inerzia e scoraggiare, anche senza volerlo, l’attivismo, trascurando che l’esposizione continua non ha una conseguenza univoca. Essa più che altro è un’arma a doppio taglio: da un lato appunto anestetizza, dall’altro risveglia, per la maggiore persone di per sé sensibili e umanitarie. Allora la differenza nell’agire o no sta negli occhi di chi guarda l’orrore, del resto la storia celebra i suoi eroi per questo motivo. Oggi la coscienza collettiva si muove così, una volta che viene superata la soglia di sopportazione alla violenza, tra uno scroll e l’altro, diventa vulcano. Le proteste contro il genocidio a Gaza sono uno dei massimi esempi di tale meccanismo. Per dare un’idea sul perché i social sono a tal proposito uno spunto interessante di partenza basta pensare che: oltre il 60% dei giovani italiani si informa quotidianamente tramite Instagram, TikTok o Twitter (X) su questioni sociali o politiche e circa 1 giovane su 3 utilizza i social per condividere o sostenere campagne civiche o ambientaliste. In merito alla questione Palestina, la viralità di “All Eyes on Rafah” è stata di 50 milioni di condivisioni nelle Storie Instagram (+ ~12 mln su Facebook e 18 mln su X) in pochi giorni (fine maggio 2024). Human Rights Watch invece ha documentato che tra ottobre e novembre 2023 sono state rimosse o soppresse oltre 1.050 pubblicazioni considerate “pro-Palestina” su Instagram e Facebook, molte pacifiche, da oltre 60 Paesi. Più che di mancanza di partecipazione dovremmo guardarla attraverso una lente nuova, quella di internet ribattezzandola “dell’era dell’iperconessione”. Il rischio altrimenti sarebbe di rimanere fuori dal tempo, di escludere una fetta di popolazione che nei social è cresciuta: la Gen Z, il cui contributo agli scioperi degli ultimi giorni è trainante. È inevitabile riconoscere dunque il ruolo della “piazza virtuale” e l’affermarsi sempre più di una “coscienza social” . Il punto non è sostenere che la coscienza collettiva è debole, ma piuttosto capire in che direzione si muove, dove trova la sua massima espressione, raccoglierne i pezzi sparsi sui social e unirli a quelli nelle strade, perché un filo forte li collega. Magari bisogna percorrere questo filo per comprendere come si trasformerà e potrà rinascere l’attivismo del futuro.




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