Scritto da: Bruno Rachiele
Domenica 5 e lunedì 6 ottobre si sono tenute, con un anno di anticipo rispetto al termine naturale della legislatura, le elezioni per il rinnovo del presidente e del consiglio regionale della Calabria. Una campagna elettorale assai bizzarra, rapidissima e per chi, da militante, l’ha vissuta in prima persona indimenticabile. Roberto Occhiuto, come ha più volte ribadito, si è dimesso non a causa dell’indagine per cui aveva ricevuto un avviso di garanzia, ma per quella che ha definito una campagna diffamatoria e becera costruita attorno al suo nome. Una mossa che, col senno di poi, si è rivelata politicamente efficace: il risultato elettorale conferma infatti che la preferenza per Occhiuto è cresciuta in modo significativo, segno che una parte consistente dell’elettorato ha voluto premiare la continuità e la figura del presidente uscente, più che i singoli partiti. Eppure, accanto alla vittoria netta del centrodestra, c’è un altro dato che domina la scena: l’affluenza più bassa nella storia delle regionali calabresi, attorno al 43%. In una terra dove già da anni la partecipazione elettorale è in costante calo, questo numero suona come un campanello d’allarme. Potremmo dire, senza esagerare, che oltre alla vittoria di Occhiuto, il vero vincitore è stato l’astensionismo. Il suo principale avversario, Pasquale Tridico, economista ed ex presidente dell’INPS, non è riuscito a tradurre la propria notorietà nazionale in consenso regionale. Pochi giorni dopo le elezioni ha annunciato le dimissioni, una scelta che personalmente ritengo sbagliata: chi ha deciso di votarlo voleva vedere in lui una figura di opposizione solida, coerente e presente, non un leader che si ritira al primo scoglio. In un certo senso, si può dire che abbia tradito la fiducia che gli elettori gli avevano affidato nei due giorni dell’Election Day. Queste elezioni mostrano come, in Calabria, il voto sia sempre più personalizzato e sempre meno legato ai simboli di partito. Occhiuto ha costruito un consenso centrato sulla sua immagine, sullo stile comunicativo e sulla percezione di efficienza, mentre le opposizioni, divise e spesso scollegate dai territori, non sono riuscite a proporre un’alternativa credibile. L’elemento forse più preoccupante resta la disaffezione politica diffusa: metà dei calabresi ha preferito restare a casa, segno che la fiducia nelle istituzioni regionali è ormai ai minimi storici. Una vittoria, sì, ma in un deserto di partecipazione. La politica calabrese dovrà interrogarsi su come ricucire questo strappo tra cittadini e rappresentanti: non bastano le vittorie elettorali, serve recuperare il senso del voto come atto di cittadinanza e soprattutto ricordare ai cittadini le battaglie che vi sono state per ottenere il suffragio universale.

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