Scritto da: Francesca Romeo
In un’epoca in cui la medicina è sempre più tecnologica e digitalizzata, esistono terapie antiche, ma non per questo meno potenti ed efficaci, come, ad esempio, l’ippoterapia. Conosciuta anche come terapia assistita con il cavallo, è una pratica riabilitativa che coinvolge aspetti fisici, emotivi e relazionali, in cui il cavallo non è un mezzo, ma un compagno attivo e sensibile nel processo di cura. Ancora poco conosciuta da molti, l’ippoterapia si sta affermando come un approccio efficace, umano e profondo, in diversi percorsi di cura e inclusione. Il cavallo, per come è fatto e per come “sente”, è un animale unico nella relazione con l’essere umano. Il suo movimento tridimensionale riproduce la camminata umana e stimola la muscolatura di chi lo monta, aiutandolo a migliorare l’equilibrio, il tono muscolare e la coordinazione. Ma non è solo una questione fisica: il cavallo è sensibile, capta emozioni, reagisce al linguaggio del corpo così, tra cavallo e paziente, nasce un dialogo silenzioso ma intenso. In questo tipo di terapia, il paziente non è più soltanto un corpo da trattare, ma una persona da ascoltare. Il cavallo, in questo senso, diventa un ponte tra dentro e fuori, tra emozione e movimento, tra chi cura e chi è curato. I benefici dell’ippoterapia sono documentati da numerosi studi e confermati da tante testimonianze. Essa viene utilizzata in contesti diversi: dalla riabilitazione motoria dopo traumi, ai disturbi del neurosviluppo come l’autismo o la sindrome di Down. Nei bambini con disturbi dello spettro autistico, ad esempio, l’interazione con il cavallo può favorire lo sviluppo della comunicazione, aiutare nella regolazione delle emozioni e migliorare l’attenzione. Negli adulti colpiti da ictus o da sclerosi multipla, può sostenere il recupero motorio e ridurre ansia e isolamento. Non si tratta di una terapia alternativa, ma di un’integrazione: qualcosa che arricchisce il percorso di cura, portandolo fuori dagli spazi ospedalieri, in un ambiente più naturale, più umano, dove il paziente può sentirsi protagonista attivo del proprio cammino di guarigione. E il potenziale di questa pratica non si ferma all’ambito clinico. In alcune università, soprattutto all’estero, si stanno sperimentando programmi di benessere mentale per studenti basati sull’interazione con i cavalli. Esperienze di equine-assisted mindfulness, nate per ridurre lo stress da esami o l’ansia da prestazione, stanno trovando spazio nei campus americani e potrebbero rappresentare, anche da noi, un modo originale per offrire supporto psicologico in un ambiente non giudicante. Il contatto con il cavallo, infatti, aiuta a rallentare, a tornare nel corpo, a ritrovare una presenza mentale spesso dimenticata nella frenesia dello studio. In un momento in cui salute mentale, inclusione e sostenibilità sono temi centrali anche nel mondo universitario, l’ippoterapia rappresenta un esempio concreto di innovazione dolce: una pratica antica che risponde a bisogni attuali. Un modo di prendersi cura che unisce sapere scientifico e relazione, tecnica ed empatia. Per gli studenti può essere un’opportunità di formazione, ma anche un’occasione per riscoprire una cura diversa, fatta di ascolto, lentezza, presenza. E forse proprio per questo, davvero rivoluzionaria.
Desidero esprimere un sentito ringraziamento al Davoli Equestrian Center per la disponibilità, la professionalità e la passione con cui ogni giorno promuove l’ippoterapia come strumento di crescita, benessere e inclusione. Questo articolo nasce dall’esperienza vissuta direttamente sul campo, a stretto contatto con i cavalli e con chi, con dedizione, se ne prende cura.

0 Commenti