Scritto da: Bruno Rachiele
Sono oltre quaranta. Non è una cifra buttata lì a caso: sono donne, con i loro nomi, le loro storie, le loro passioni e le loro speranze, uccise da partner o ex nel 2025. Ogni giorno questa parola orrenda femminicidio continua a riecheggiare sui giornali, a tingere d’inchiostro pagine e pagine di cronaca nera. Ma prima di arrivarci, vorrei fermarmi su due parole che ormai sembrano diventate di uso quotidiano: violenza, stupro e infine femminicidio. Sono notizie a cui, tristemente, ci siamo abituati. Le leggiamo distrattamente, come se fosse il bollettino del traffico. Eppure dietro quelle righe ci sono donne che ogni giorno subiscono violenze e non denunciano, perché hanno paura. Paura non solo delle ritorsioni di chi ha compiuto l’atto vile, ma anche (e forse soprattutto) del giudizio della gente. Quel maledetto giudizio che trasforma una donna con la gonna corta in una “poco di buono” e un uomo che si vanta di andare a letto con dieci ragazze in un solo giorno in un “macho”. Aveva ragione quando Nietzsche diceva che la morale ha standard estetici. E poi si arriva alla piaga più infetta: il femminicidio. Ma prima di nominarlo, bisognerebbe parlare di quell’amore “toxic”, come dicono gli inglesi. Perché, diciamocelo, troppe ragazze si illudono di trovare l’amore in chi le tratta come uno straccio. E qui va detto chiaramente: se ti fa male una volta, lo farà anche una seconda, una terza. E quasi sempre l’ultima volta è quella fatale, irreversibile, quella che i giornali racconteranno il giorno dopo, freddi e impersonali, come un’altra “statistica del bollettino generale”.
Finché continueremo a chiamarlo “amore” anche quando fa male, tanto male e le donne continueranno a morire. Noi continueremo a contare i femminicidi, facendo finta di stupirci di fronte all’ennesimo assassino travestito da innamorato.

1 Commenti
Vai brunooo😉
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