Nel 1825, Giacomo Leopardi dà vita all’Infinito, che è il primo dei componimenti pubblicato all’interno della raccolta degli “Idilli”.
Il poeta ha iniziato a scrivere l’Infinito in giovane età (aveva compiuto appena 21 anni, nel 1819), discostandosi completamente dagli idilli tradizionali: infatti, non descrive una scena bucolica, bensì un aspetto della vita interiore, un moto perpetuo dell’animo e dello spirito, nato dalla contemplazione della natura.
La poesia nasce da uno stato di esclusione con il mondo fisico (l’elemento iniziale della siepe) e da lì si giunge all’esclusione interiore, da quella incapacità del poeta di riuscire a comunicare con il mondo reale, tema molto ricorrente nella sua poetica.
Gli elementi esteriori si riducono soltanto alla vista di un colle e di una siepe, circondata da fronde.
Ma ciò che ostacola il poeta dalla visione del colle diventa uno stimolo ulteriore per avviare un’intensa visione interiore, all’interno della sua immaginazione.
Dentro di lui, nascono interminati spazi del cielo, sovraumani silenzi e profondissima quiete del vuoto, quasi che il cuore si spaura, mentre un rumore di vento sopraggiunge all’interno dell’idillio.
Dunque, si arriva allo scontro con gli elementi “finiti” e al confronto con l’”eterno”; ma dove finisce il tempo? Dove finiscono le stagioni? Proprio dalla siepe è nato l’infinito dello spazio, così da un soffio quello del tempo; un infinito sempre più sovraumano e interminato, che la mente non riesce a carpire.
È nella continua tensione tra ciò che è visibile e ciò che è immaginato che si concreta la grandezza dei versi finali: “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.”
Qui, la metafora del mare esprime un abbandono totale, una sorta di resa all’indefinito, un piacere profondo che si genera dalla perdita delle cose finite e dalla dissoluzione dell’io all’internodell’infinito.
Rileggere oggi questa poesia significa interrogarsi sul rapporto tra l’uomo e su ciò che è indefinito.
In quest’epoca caratterizzata dalla velocità, dalla tecnologia,dall’intelligenza artificiale che invade il nostro quotidiano, Leopardi ci invita a praticare un ragionamento diverso:contemplare l’eterno, lasciarsi guidare dal pensiero, accettare che non tutto debba essere definito.
Dopo due secoli, questa lirica continua a rappresentare uno degli apici della letteratura europea, una breve poesia capace di descrivere l’immensità del pensiero umano e il rapporto di esclusione con il mondo. Il fascino di questi quindici versi non è cambiato, anzi, sembra rinnovarsi sempre di più, di fronte a ogni nuova generazione di appassionati, che in essi riconoscono un frammento del “tutto”.
L’infinito di Leopardi non rappresenta un luogo fisico e determinato, bensì una condizione mentale, la conquista di un senso diverso all’interno della dialettica del tempo e dello spazio.
Esso è luogo degli interrogativi, della sorpresa, dello smarrimento, ma soprattutto della libertà di immaginare.
L’Infinito è tra le liriche oggetto di numerosi commenti.
Eppure, continua ad essere attuale, si presta a innumerevoli interpretazioni, si rinnova continuamente, lasciando la libertà al singolo lettore di scoprire qualcosa di unico e particolare. Forse è proprio questo il tratto distintivo di questo splendido componimento: essere al tempo stesso personale e universale.
A duecento anni dalla sua pubblicazione, il poeta ci invita alla riflessione, a respirare, a guardare la siepe e immaginare ciò che c’è oltre.
In definitiva, Leopardi ci offre il silenzio, piuttosto che il rumore; in un presente difficile, ci offre lo spazio dell’immaginazione, accettando l’idea che anche un naufragio possa essere dolce, come dolce e piacevole è per noi continuare a leggere questi splendidiversi, capaci, ancora oggi, di far risuonare la voce più intimadell’esperienza umana.
Scritto da Riccardo Mangone

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