Uno schizzo di Michelangelo: L’infinito genio del ‘non -finito

 











«Non ha l'ottimo artista alcun concetto

c’un marmo solo in sé non circoscriva

col suo superchio, e solo a quello arriva

la man che ubbidisce all’intelletto.»

- Rime, stampate postume nel 1623

 

Per Michelangelo Buonarroti la scultura si realizza «per via di levare», in un inquieto equilibrio tra la potenza del marmo e l'atto del togliere.

 

Nell'ultima fase della sua carriera questo tipo di arte si sofferma sul concetto di «non-finito», che Philippe Daverio ha descritto come «un linguaggio comportamentale della creatività».

In perfetta armonia con il pensiero neoplatonico, Michelangelo avverte fortemente nel suo marmo la tensione fra l’idea perfetta e la realtà materiale imperfetta.

Ne è certamente il più magnifico esempio la Pietà Rondanini, opera del 1863-4, a cui l'artista si è dedicato fino agli ultimi istanti della sua vita.

 

Ripensando alla commovente Pietà di San Pietro, in armonia con le rappresentazioni nord-europee del tempo, la Pietà Rondanini sconvolge per la sua incompiutezza.

La statua presenta dei contorni informi e si affanna una commistione di tratti che confessa le inquietudini interiori dell'artista che rivisita la statua a più riprese, fino alla fine dei suoi giorni, con evidenti e profonde differenze tra una materializzazione e l'altra del medesimo concetto.

 

Nonostante il suo aspetto travagliato, l'opera riesce a essere di travolgente impatto emotivo, proprio perché nella sua essenzialità non asseconda esercizi di stile e, piuttosto, pone in primo piano la drammaticità del momento: l'abbraccio della Vergine che teneramente sorregge il corpo del Cristo in declino, così autentico da giungere dritto all'animo dello spettatore.

 

Come si evince osservando le 4 Prigioni custodite presso la Galleria dell'Accademia a Firenze, il non-finito è una suggestione esistenziale: tali figure sono intrappolate nel marmo contro la cui stretta soffocante lottano dimenandosi in modo drammatico - similmente all'artista che tende alla perfezione senza mai raggiungerla - restando bloccati tra i confini della materia, che Michelangelo intacca senza ambire a un idealismo estetico, improprio dell'uomo in quanto essere imperfetto.

 

Da Michelangelo stesso apprendiamo una sua ammirazione verso il Torso del Belvedere, opera che si può ammirare presso i Musei Vaticani, alla quale si legò e che probabilmente gli ha suggerito il concetto di non-finito.

Giovanni Battista Paggi, «Michelangelo diceva essere discepolo del Torso del Belvedere, sopra il quale manifestava d’aver fatto grande studio: ed in fatti dalle opre che fece diede a divedere di dire il vero».

 

Soprattutto, però, la dinamica di questa nascita della forma dalla materia rappresenta il peso della morte che grava sull'uomo - e sull'uomo Michelangelo che lo mette per iscritto in tante delle sue Rime - da cui non può liberarsi, oppresso in vita dall’ineluttabile; piegato, come le ginocchia dei Prigioni, al suo destino.

 

Nel suo personale epos del non-finito, Michelangelo, animo inquieto e grandissimo, trasfigura gli affanni della sua opera artistica che, come ci ha narrato Giulio Carlo Argan, ha teso al sublime, alla trascendenza pura. Infatti, ancora oggi non finisce di sorprendere, questo genio sovrannaturale.




Scritto da Aurelia Mangone 

Posta un commento

0 Commenti