Scritto da Riccardo Mangone
James Senese è andato via lo scorso 29 ottobre, a 80 anni, dopo un lungo ricovero, a causa di una grave forma di polmonite, presso l’Ospedale Cardarelli di Napoli, città nella quale è nato e vissuto. È stato una delle ultime “aneme e core di Napoli”, un vero “nero a metà”, ricalcando il titolo di uno dei migliori dischi di Pino Daniele. Un “nero a metà”, appunto, perché se fosse nato in America, molto probabilmente, sarebbe stato definito un “Brother in soul”, titolo onorifico che ha ricevuto a New York nel 1990, durante uno dei momenti di gloria vissuti da questo grande musicista, in una serata memorabile all’Apollo Theatre. Possedeva uno stile e un groove assolutamente unici, ascoltarlo suonare il suo sax era un’esperienza nuova, fu un tipo di musica mai sentito prima d’ora a Napoli, dove era nato il 6 gennaio del 1945 da Anna Senese, rimasta incinta di James Smith, soldato afroamericano. Non conobbe mai il padre, che ritornò in America quando il piccolo Gaetano (era questo il suo vero nome) aveva appena due anni. Da allora, per il popolo di Vico Parise, a Miano, James è sempre stato «Gems o’ nnire». James era un’anima black ma con un grande cuore napoletano, fusione che lo ha reso unico, fin da bambino, quando iniziava a frequentare le lezioni di musica che teneva il Maestro Santoro, a Piscinola. Senese era nato ai margini di una periferia e da talento precocissimo divenne futuro caposcuola della c.d. “Neapolitan Power”. La prima band con cui si mise in mostra si chiamava gli “Showmen”, fondata con Mario Musella. Diceva: «Pure suo padre era un militare, un indiano d’America, un cherokee, ma Mario l’ha saputo dopo». Fu una prima rivoluzione: con la cover di “Un’ora sola ti vorrei” vincono il Cantagiro del 1968. Gli “Showmen”, tuttavia, si dividono di lì a poco, perché James scopre di non essere un’anima pop, è, infatti, ammaliato dal jazz e a illuminare la sua strada spuntano il grandissimo sax di John Coltrane e la tromba squillante di Miles Davis. Ricordava: «Sperimentazione, fondere jazz e rock progressive in un unico suono, era il mio primo comandamento» e da questo concetto nascono i “Napoli Centrale”, il suo gruppo nato più di cinquant’anni fa, che ha eguagliato un apprezzato successo di pubblico, coniando un linguaggio musicale del tutto originale. Senese cantava e suonava alla gente umile, agli ultimi, ai contadini, come racconta la hit di protesta popolare “Campagna”, che nel 1974 «fa nu terremoto», scala la classifica e vende quasi 100mila copie. Un vero trionfo! Quattro anni dopo, nel 1978, conosce un giovane “scugnizzo”, Pino Daniele, che chiede di entrare a far parte della sua band. Pino era come un fratello per lui, l’uomo che scrisse Napule è, Terra mia e, appunto, Nerò a metà, due anni dopo, nel 1980, che consacrerà Senese tra i migliori sassofonisti (celebre il solo su “Quanno chiove”). James raccontava di questo incontro: «Pino lo conoscevo da sempre, da prima che venisse a cercarmi, eravamo la stessa cosa. È stato un amore reciproco che solo io e lui potevamo capire e spiegare a noi stessi. Quello con Pino rimane un incontro unico e irripetibile, come anche quello con Mario (Musella)». Storica anche la sua incursione nel cinema, interpretando se stesso, in “No grazie il caffè mi rende nervoso”, film di Lodovico Gasparini del 1982, con Lello Arena e Massimo Troisi: qui cantò la canzone “Arò vaje”, realizzandone la colonna sonora. Alla soglia degli 80 anni James Senese, come tutti i grandi artisti, anche nei live aveva mantenuto lo stesso identico timbro, con quel sax che suonava dal vivo esattamente come nei dischi, limpido, chiaro, definito, assolutamente riconoscibile, ma al tempo stesso sporco e spigoloso, quando era funzionale al contesto della sua musica. Sembrava non trascorrere affatto il tempo per James, fedelissimo alla sua città, alla tradizione e al suo spirito. Nel suo ultimo album c’è una canzone che si intitola “Senza libertà”, che a un certo punto canta: «C’h nascunnimmo pure a Dio… Ce sta ‘a guerra, ce sta ‘a famme, Chest’anime innocenti anna crescere e muri’ accussì…». Brano attualissimo, visti gli episodi di guerra che colpiscono il mondo. Affermava con determinazione: «Infatti questa canzone è la storia dei nostri giorni. Noi ci illudiamo di vivere in un mondo libero, ma liberi non lo siamo mai stati. E te ne rendi conto soprattutto quando un pazzo si sveglia alla mattina e manda ragazzi a morire e a sparare ai civili, ai bambini alle povere anime innocenti, che poi sono le vere vittime di tutte le guerre». «Noi abbiamo la fortuna di parlare una lingua universale che è anche musicale, ma ci vuole molto coraggio a cantare in napoletano. Oggi ci provano i rapper, i neomelodici, ma sti’ guaglioni non hanno ancora capito che per cantare il vero napoletano devi andare alla radice. Devi imparare a riconoscere e devi studiare fino a sentirtela nell’anima la Napoli dei grandi poeti, del teatro e della canzone tradizionale». Sulla fede si esprimeva così: «Io mi considero un “credente-credente” e non uno di quelli che fanno piangere alla Madonna. La fede l’ho cercata e la fede mi ha trovato. Volevo vedere qualcosa in più e non è da tutti andare oltre in questa ricerca di Dio. Io credo di esserci riuscito, anche grazie alla musica. Certe canzoni che ho scritto come Jesus is love o in passato O’ Sanghe, in fondo sono delle preghiere d’amore verso il Signore. E noi siamo poca cosa davanti a Lui, per questo siamo nelle sue mani. Capito?». James è stato un artista unico, uno dei musicisti più aperti e disponibili di Napoli, città che non ha mai voluto abbandonare: «Io sono uno che vede e sente, e che a differenza di tanti che si dicono “napoletani” e che sono scappati via alla prima occasione, sono rimasto qua a difendere e a difendermi dal male e dall’invidia…». Così, salutiamo per sempre il grande James Senese, questo è stato il suo ultimo concerto: ma il suo sax celestiale continuerà a suonare anche per gli angeli.

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