Il 31 ottobre, come fa ogni tre o quattro anni, Caparezza è tornato con un nuovo album. Io ero lì ad aspettarlo, sul divano di casa mia, come fossi alla transenna dell'Area “Magna Graecia” di Catanzaro o, insieme a Bruno e a Nino, a metter su, a Cittanova, la t-shirt de "L'Eretico Tour". Del resto, il legame fra me e il buon Michele Salvemini è di quelli che fanno una pernacchia alla prova del tempo che passa. Altrimenti non gli avrei dedicato, come ho fatto, un intero paragrafo nella mia tesi di Laurea in Giurisprudenza; tesi nella quale lo indico come il maggiore fra i cantautori moderni e contemporanei. E sfido chiunque a sostenere che io sia stato o sia esagerato, a maggior ragione adesso che "Orbit Orbit" è fuori. Il suo nono disco – terzo della trilogia completata da “Prisoner 709” ed “Exuvia” – è accompagnato da un fumetto; anzi, di questo (scritto prima, peraltro) pare rappresentare la colonna sonora. A testimonianza dell'amore del rapper di Molfetta per quei "comic books" che gli hanno salvato la vita, come canta nella quinta traccia dell’album, una delle mie preferite anche perché riprende il tema, a entrambi evidentemente caro, del bullismo. Un viaggio spaziale, quello del "nostro", anticipato dal fortunato singolo nel quale si identifica con il viaggio stesso, allacciando le cinture e ripercorrendo la propria carriera, con l'universo come prospettiva e destinazione finale. Nella navicella, insieme a lui, trovano posto tanta musica elettronica – quella che, nella traccia decima, lo accompagna nel processo di accettazione degli anni che avanzano –, alcuni "campioni" che mi hanno fatto esclamare "ah, però" e persino una cover. Senza dimenticare, ovviamente, il flow, le metriche, le citazioni dotte, quegli elementi, insomma, che hanno contraddistinto e continuano a contraddistinguere la sua già leggendaria carriera. E che mi fanno puntualmente sentire indegno di scrivere (beninteso, nel mio piccolissimo e con le dovute proporzioni) canzoni pure io. Insomma, questi quattordici brani, già al primo ascolto, restituiscono la consapevolezza di trovarci di fronte a un'opera notevole e caratterizzata da una notevole complessità, a un album autobiografico ma non autoreferenziale, che parla a tutti senza la presunzione di riuscire effettivamente a farlo. "Orbit Orbit" è il pranzo di Natale: lo aspetti con un hype indescrivibile, ci stanno un sacco di cose belle e buone, ma devi mettere in conto la possibilità di impiegare un po' per digerirlo. Non posso concludere senza citare "Pathosfera" (dodicesima traccia), per quanto mi riguarda la canzone più riuscita dell'ultima fatica di Capa, il bacio di una persona amica che cerca di soffiarti via dal cuore pezzetti di ghiaccio. Di modo che, tornato finalmente empatico, io possa unirmi al coro dei tanti che si augurano che nemmeno questo sia l'ultimo disco del "Fumettista d'Apulia" che oggi indossa "i panni di Phileas Fogg".

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