Qualche giorno fa Domenica, su questo giornale, parafrasava il tema della cultura dello scarto: quale modo migliore per aprire questo nuovo editoriale se non con una frase tratta dal suo articolo?
“I termini come “ultimo” o “nuovo” sono ridondanti e le aziende sanno che ciò che è accompagnato da queste accezioni genera interesse. Per far tradurre in guadagno tale formula bisogna insegnare alle persone che le cose che sono vecchie non hanno valore, hanno esaurito la loro funzionalità nella vita quotidiana.”
Oggigiorno, infatti, siamo abituati a usare piattaforme come
Temu e Shein (che per odio della ripetizione e mia comodità sintetizzerò in
T. e S.) scelte da tutti, dai più giovani sino agli anziani, attratti da
offerte e da prodotti ultra‑low cost. Ma davvero pensate che dietro
questi prezzi stracciati ci sia tutto così trasparente, limpido come l’acqua?
La risposta è, con assoluta certezza quasi adducibile alle leggi scientifiche:
no. Prima di addentrarci nel cuore di questo editoriale, è utile chiarire
il loro modello di business: T. funziona in modo simile ad Amazon, mentre S.
opera sia come venditore, sia come produttore diretto, un modello che gli
economisti inglesi chiamano “Direct‑to‑Consumer” (D2C). Negli ultimi
tempi, importanti testate internazionali hanno acceso i riflettori su rischi e
criticità di T. e S.: il Financial Times, nell’articolo: Shein, Temuand the parcel wars, accusa le piattaforme di sfruttare un sistema di
spedizioni che consente di aggirare i dazi doganali su tantissimi piccoli
pacchi. Questo crea un vantaggio competitivo “sleale” a danno dei
rivenditori tradizionali o degli altri digitali. Sempre sul FT in un'altra
analisi, segnala che l’Unione Europea sta valutando di rendere le piattaforme direttamente responsabili per i prodotti pericolosi o non conformi,
sollevando dubbi su come T. e S. effettuino i controlli sulla qualità dei
venditori. Dal Washington Post emerge che la fine dell’esenzione fiscale per i pacchi di basso valore (la cosiddetta “de minimis”) sta già
facendo sentire nell’ultimo periodo i suoi effetti: le importazioni dalla Cina,
una parte del business di S. e T. , sono ora soggette a tariffe molto più alte.
Sempre il W. Post rileva che molti prezzi su Shein sono aumentati drasticamente: per esempio, prendendo un paniere (usando un termine che agli
economisti piace tanto) di abbigliamento femminile è salito quasi del 30% dopo
l’introduzione dei nuovi costi legati alle tariffe di spedizione. Altra analisi
sul W. Post invita i consumatori a ripensare alle proprie abitudini di acquisto: non basta lamentarsi delle tariffe (perché forse) è arrivato il
momento di rompere il circolo vizioso dello “spreco a buon mercato”. In
aggiunta, in Europa emergono dati ancora più allarmanti: secondo l’agenzia dei consumatori belga Achats (l’equivalente di Altroconsumo nel nostro paese),
circa il 70% dei prodotti acquistati su T. e S. non sarebbe conforme alle
normative di sicurezza UE. Tra i problemi riscontrati ci sono giocattoli
pericolosi, caricabatterie che superano i limiti di temperatura e bigiotteria
con tracce di metalli che sono nocivi (a lungo termine) a contatto con la pelle.
Quindi come ben capite non stiamo più parlando solo di un great deal: stiamo parlando di un vero e proprio squilibrio del sistema delle vendite a svantaggio di chi paga (online o fisicamente) anche le briciole di quello che vende. Le piattaforme ultra‑low‑cost come T. e S. non stanno solo offrendo “buoni affari”: stanno acuendo una cultura dello scarto che insegna a disprezzare tutto ciò che non è “nuovo”, cancellando completamente dalle nostre menti il valore (reale) e la sicurezza. Se continuiamo a comprare come se il prezzo fosse l’unica cosa che conta, stiamo accettando di essere complici di un modello economico che mina la qualità dei prodotti, sfrutta le regole doganali, e scarica i costi reali su consumatori finali e ambiente. Chiediamo maggiore trasparenza e soprattutto maggiore responsabilità. Chiediamo prodotti più sicuri e un commercio più giusto, equo e leale. Perché ora la vera domanda che dobbiamo porci non è “posso permettermelo?”, ma “vale davvero quello che sto pagando?”.

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