Denatalità e sostenibilità: la doppia sfida che la società non può più rimandare

Giuseppe Agostino

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Per millenni la popolazione mondiale è cresciuta lentamente: l’elevato tasso di natalità serviva a compensare l’elevato tasso di mortalità. Solo a partire dalla rivoluzione industriale la crescita divenne sostenuta: nel 1800 raggiunse il miliardo e in poco meno di due secoli superò i 5 miliardi. Pertanto, nel 1984, a livello mondiale la transizione demografica – che descrive il passaggio da una popolazione con alti tassi di natalità e di mortalità a una con entrambi i tassi bassi – era in corso e il tasso di fecondità (numero medio di figli per donna in età fertile) era superiore a 3. Tuttavia, in quell’anno, in Italia, il tasso di fecondità scese al di sotto di 1,5, senza più risalire al di sopra, trasformando la transizione demografica in crisi demografica. La crisi demografica fu per anni sottovalutata, perché l’impatto fu nascosto dalle generazioni nate quando si facevano ancora più di due figli per donna, ma nel 1993 accadde l’invitabile: il numero annuo di decessi superò quello di nascite. Negli anni queste tendenze non hanno conosciuto soluzione di continuità. Il Rapporto annuale 2025 dell’ISTAT fotografa l’Italia come un Paese sempre più anziano, oltre che più povero. La popolazione residente è in costante calo. La differenza tra il numero di decessi e quello delle nascite è negativa (-281 mila unità) ed è solo in parte compensata dal fenomeno migratorio. Se la denatalità proseguisse, la popolazione residente potrebbe scendere a circa 48 milioni di persone nel 2070. Sono indubbie le conseguenze negative che l’invecchiamento della popolazione associato alla riduzione delle persone in età da lavoro avrà: sul sistema sanitario, perché crescerà il peso delle malattie croniche e di quelle legate all’età; sul sistema pensionistico, in quanto i pensionati da sostenere cresceranno a fronte di una riduzione dei contribuenti attivi; sulla crescita economica del Paese, per l’inevitabile innalzamento dell’età media della forza lavoro, inoltre, la continuità nelle imprese familiari sarà in pericolo, poiché potrebbero mancare i discendenti per realizzare la successione generazionale; sociale, in quanto lo spopolamento colpirà innanzitutto i borghi che sono un patrimonio per l’Italia. Man mano che le speranze in un’inversione naturale del trend si sono affievolite è cresciuta l’urgenza avvertita dalla classe dirigente di intervenire per via legislativa. Tuttavia, quello demografico è un fenomeno di lungo periodo, che risponde molto lentamente alle misure che si adottano. La fase della denatalità è il risultato della riduzione delle donne in età feconda, del calo della fecondità e del rinvio della genitorialità. Questi a loro volta sono stati determinati dall’interazione negli anni di fattori socioculturali, economici e politici e dalle aspettative verso il futuro: progressiva emancipazione della donna, mutamento delle priorità individuali, aumento dei costi per il mantenimento dei figli a fronte di un lavoro, soprattutto quello giovanile, precario e stagnante. Alla luce di ciò, le politiche per la natalità sono più efficaci se accompagnano delle tendenze socioculturali che favoriscono la decisione di avere figli, come la redistribuzione del carico familiare e la protezione delle donne dal costo-opportunità di avere un figlio. Sebbene si intraveda uno sviluppo, ancora molto c’è da fare a livello culturale. Tuttavia, prima di porci la domanda: «Come incentivare la natalità?», probabilmente la domanda che ci dovremmo porre è: «Lasceremo alle generazioni future un pianeta migliore di quello che abbiamo trovato?». La gran parte della crescita economica, intesa come crescita del PIL pro capite, è avvenuta nell’ultimo secolo, nello stesso periodo si è verificato uno sviluppo tecnologico inquantificabile, che ha migliorato significativamente le condizioni di vita degli individui. Tutto ciò ha avuto un prezzo in termini ambientali, di oggi stiamo iniziando ad avere consapevolezza. Le disuguaglianze globali amplificano il problema: l’1% più ricco possiede quasi la metà della ricchezza e inquina quanto i due terzi più poveri della popolazione mondiale. Ciononostante, una buona parte fatica a mettere in discussione l’attuale modello di sviluppo, che non è in grado di correggere le disuguaglianze che affliggono il mondo. Eppure, pensare che ciascuno di noi sia venuto al mondo per sfruttare il pianeta e produrre ricchezza economica è il frutto di una visione individualistica che ritiene di poter affermare la primazia dell’uomo sulla natura, dimenticando che la persona è transeunte. Forse, prima di desiderare una crescita economica e demografica dovremmo aspirare a uno sviluppo morale della società. Sono davvero possibili un miglioramento delle condizioni economiche e un aumento della popolazione se la società non è in grado di porne le basi e di accoglierle?

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