Quando il pop incontra la musica folk: Antonio Callipari, in arte Tatho, è la nuova voce di una Calabria che sogna in grande

Antongiulio Iorfida

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Pensi alla Calabria nella musica leggera e ti vengono in mente l'exploit sanremese di Dario Brunori, Catanzaro che si prepara a entrare nei teleschermi di ogni italiano per accogliere l'anno nuovo, il “Jova Summer Party” annunciato in casa nostra per la prossima estate. Ma, lontana dalla eco, spesso assordante, del nazional-popolare, c'è la voce di un giovane cantautore che, da Soverato, racconta l'anima più autentica della nostra amata terra. Il suo nome è Antonio Callipari, ma tutti lo conoscono, da sempre, nella vita di tutti i giorni e nell'arte, come Tatho. Classe 1998, fin da piccolo, imbraccia con grazia e determinazione, lo strumento più gentile, educato ed efficace che ci sia, quello della poesia. Negli anni, lo abbina alla musica, lui che è figlio della notte e del volume che sovrasta il rumore di qualsiasi pensiero. Chi lo conosce ricorda benissimo le sere d’estate nelle quali, con le cuffie su e il cellulare in mano, ciondolava con aria sognante fra i vicoletti e il lungomare della Perla dello Jonio; ecco, allora, che fermava gli amici e, con il garbo che continua a contraddistinguerlo, porgeva loro un’auricolare per renderli partecipi del suo mondo, aprendosi ai consigli della gente, della sua gente. Poi, d’un tratto, Milano. La città irrompe nella sua esistenza. Lo tempra, ma non riesce a cambiarlo e, soprattutto, non spegne in lui l’appartenenza. Le conseguenze? “Shot” e quel “Mamma quanto manca il Meridione” che è un manifesto, o meglio, una dichiarazione d’intenti, una foscoliana “corrispondenza di amorosi sensi”. All’ombra del Duomo – che, invero, non coprirà mai la luce dei suoi occhi chiari – diventa un uomo, un poeta urbano che scansa lo smog in favore della cara salsedine e, fra una pensilina e l’altra, come il Califfo non esclude il ritorno. Il ravvicinamento comincia a consumarsi con “Dolce Verità”: molto più di una hit estiva, associa la spensieratezza dell’eterno bambino al profumo del mare e del pane caldo appena sfornato, che puoi respirare anche solo guardando quel fortunato videoclip. Il rock lo accarezza, complice anche l’amicizia con Vincenzo Maida, con le chitarre di quest’ultimo che emergono, prepotenti, in “Fellini” e “Tina Turner”. In compagnia della “Regina”, in particolare, Tatho trasforma il covid, che lo costringe a vivere un Natale in solitudine, in poesia e slancio di rinascita personale e professionale. La svolta arriva con “Casa Mia”, brano nel quale il suo pop incontra l’etnico. È un successo senza precedenti: dai bambini agli anziani, tutti cantano, insieme a lui, la voglia di liberarsi dal pregiudizio, l’orgoglio, il senso d’appartenenza, la famiglia, in due parole soltanto “la calabresità”. Insieme a due giovanissimi portenti del mondo del “producing” come Bierre e Quiver, Tatho mescola il sound tipico del folk a quello di un urban estremamente d’attualità e proprio il connubio – mi si perdoni il gioco di parole – tra la musica popolare e quella popular diventa il suo biglietto da visita. Il suo “Focu”, allora, non smette di bruciare e Antonio ripercorre i passi di Leonida Repaci con “Dea”, canzone che ha il sapore di una chitarra battente che suona in quel gioiello di palcoscenico che è Chianalea. Ancora, con la doppia “release” dell’estate appena migrata altrove, ci regala “Duva si” e “Meridionali”. Nella prima, fra sonorità cubane e un mix di spagnolo e dialetto locale, torna protagonista Soverato, nonostante l’intento di Tatho sia quello di abbracciare tutta la punta dello Stivale e il Sud in generale. Come si evince, del resto, dalla seconda, “Meridionali”, che si dimostra un vero e proprio inno al Mezzogiorno, sublimando il meglio che le Regioni meridionali, appunto, hanno da offrire. Sempre nell’estate 2025, Tatho è impegnato in un lunghissimo Tour, che lo vede “toccare” ogni angolo della Calabria e non solo. Ovunque vada, il cantautore soveratese è accolto dall’amore della gente, che canta le sue canzoni a memoria e balla insieme a lui, a riprova del fatto che chiunque semini amore raccolga stima, approvazione ed entusiasmo. Il futuro? Tatho non si pone limiti e, pur mantenendo i piedi ben saldi per terra, punta in alto, con l’ambizione di coinvolgere sempre più ascoltatori in quello che, prima ancora che un percorso artistico, è un progetto di rilievo sociale, antropologico e culturale.




Scritto da Antongiulio Iorfida 

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