Il silenzio ha il valore di ciò che si tace: cent’anni di Intelligence

“Le ombre dell’intelligence”

Introduzione

Nell’immaginario collettivo, il modello tipo di agente segreto è rappresentato dall’intramontabile James Bond il quale, attraverso tecnologie speciali (e sovente letali), svolge missioni di vitale importanza al servizio di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Con il presente articolo si cercherà di illustrare, in occasione del centenario dalla nascita del primo organo italiano destinato all’attività d’intelligence, la storia dell’intelligence e la sua funzione.


Brevi cenni sull’evoluzione storica dei Servizi di Informazione

Il 15 ottobre scorso si sono celebrati, presso Palazzo Dante a Roma, sede del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), i cento anni dalla nascita del primo organismo dedicato all’attività d’intelligence. Dopo la fine del primo conflitto mondiale, lo Stato italiano riorganizzò l’assetto delle proprie Forze armate, istituendo il Servizio Informazioni Militare (SIM), a composizione interforze. Ulteriormente, nel ’49, dopo l’entrata in vigore -il primo gennaio dell’anno precedente- della Costituzione, nasceva il Servizio Informazioni Forze Armate (SIFAR); poi sostituito, nel ’66, dal Servizio Informazioni Difesa (SID).
È interessante notare come solo nel 1977 l’attività d’intelligence, sino ad allora oggetto di normativa secondaria, venga disciplinata con legge: infatti la L. 801/1977 sostituisce il SID con due differenti organi, il SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare), con competenza per l’estero, e il SISDE (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica), con competenza per il territorio italiano, nonché per la tutela di interessi che, per la prima volta, sono ulteriori e differenti rispetto a quelli militari. Non solo: i Servizi vengono sottoposti al controllo parlamentare attraverso l’istituzione del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato (detto anche COPACO).
Con la L. 124/2007, si conclude un lungo cammino, consolidando la struttura degli organismi di informazione nel Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, al quale partecipano il Presidente del Consiglio dei ministri; l’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica (dal 2022 carica detenuta dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano); il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (CISR); il Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), che ha la funzione di coordinare l’attività svolta dalle due agenzie operative, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI) e l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE). Ultima componente è il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR), il quale -a differenza dell’esecutivo, impegnato nella gestione dell’attività dei Servizi- esercita un controllo su materie come il segreto di Stato, la comunicazione delle nomine, il controllo delle spese e dispone della possibilità di acquisire <<informazioni di interesse, nonché copie di atti e documenti>> da parte degli appartenenti agli Organismi. Da evidenziare come il COPASIR sia presieduto, per legge, da un membro dell’opposizione (attualmente l’On. Lorenzo Guerini, già ministro della Difesa); d’altronde, solo così è possibile esercitare un controllo effettivo su Servizi gestiti dal potere esecutivo.

Ma a che cosa servono i Servizi?

Gli Stati, di qualunque tipologia e orientamento, hanno da sempre avvertito l’esigenza ancestrale di avere, tra le proprie istituzioni, organi deputati alla raccolta e all’elaborazione delle informazioni. Già secoli prima della nascita di Cristo, attorno al V secolo a.C., nella Cina feudale, il generale Sun Tzu dedicava il tredicesimo capitolo della sua opera più famosa, L’arte della guerra, alle spie, considerandole <<il bene più prezioso del regnante>>, poiché consentono di vincere una guerra senza utilizzare le armi, risparmiando così un’ingente quantità di vite umane. Ancora, il calabrese Tommaso Campanella descriveva, tra i Solari, la figura del <<mastro spia>>, il quale dirige una rete di <<spie che avvisano la Repubblica di ogni cosa>>.
Di intelligence si può parlare tanto come attività quanto come particolare metodo di analisi delle informazioni. Per utilizzare la locuzione dell’economista Luigi Einaudi, l’intelligence consente di <<conoscere>> le informazioni necessarie a <<deliberare>> consapevolmente; ed è attività essenziale nella nostra epoca, in cui il continente europeo è sprofondato in una guerra ibrida, potenzialmente infinita, senza né un confine né una precisa delimitazione tra ciò che è guerra e ciò che è pace.
La raccolta informativa riguarda tanto le minacce esogene, come quelle provenienti da uno Stato nemico, quanto le minacce endogene, che potrebbero attentare alla stabilità delle istituzioni democratiche e dell’ordine costituito. Fondamentale è comprendere che l’attività d’intelligence non deve essere confusa con l’attività investigativa tipica della polizia giudiziaria, posta alle dipendenze del Pubblico ministero, secondo quanto fissato dall’articolo 109 della Costituzione.
Attenzione: ciò non significa che i Servizi di informazione operino in maniera arbitraria. Ad esempio, in relazione allo svolgimento di attività tecniche consistenti nelle intercettazioni (da poco oggetto di modifica), la legge prevede un procedimento di garanzia, volto a fissare -ai fini della legittimità- l’obbligo, in capo al Direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, di richiedere specifica autorizzazione al Procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma. Tale autorizzazione è rilasciata dall’autorità giudiziaria soltanto se l’attività di prevenzione è ritenuta <<indispensabile per l’espletamento delle attività demandate>> ai Servizi. È bene distinguere tra attività investigativa, svolta dalla polizia giudiziaria ai fini del procedimento, e attività informativa: in particolare, le trascrizioni o qualsiasi altro prodotto derivante dalle attività tecniche intercettive effettuate devono essere distrutti dal Procuratore generale entro i termini fissati. L’argomento, come ben si comprende, si presta a un’analisi approfondita da svolgere in sedi differenti dalla presente.
Ma l’attività d’intelligence trova una giustificazione all’interno della nostra Costituzione? È necessario partire dall’articolo 2 Cost., il quale sancisce che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo; dall’altro lato vanno considerate le forti garanzie poste a favore dell’imputato, in particolare: l’articolo 27 (presunzione di non colpevolezza sino a sentenza di condanna definitiva), l’articolo 24 (diritto inviolabile alla difesa), l’articolo 111 (giusto processo basato sul contraddittorio nella formazione della prova) e l’articolo 13 (inviolabilità della libertà personale).
Dunque ci troviamo di fronte a esigenze contrapposte, che devono essere bilanciate: senza sicurezza non è possibile tutelare alcun diritto fondamentale; ma quando uno di questi due valori prevale in modo assoluto sull’altro, o ci si trova in un ordinamento a base soggettiva, come nei Paesi di tradizione socialista, o, viceversa, in uno Stato che non è in grado di tutelare i diritti fondamentali dell’uomo. La tutela dei diritti inviolabili passa quindi per un difficile bilanciamento tra questo valore e quello della sicurezza, e d’altronde, richiamando il pensiero del Prefetto Carlo Mosca, senza quella necessaria attività preventiva svolta dagli apparati di informazione, lo Stato non riuscirebbe a tutelare né la tenuta dell’ordine democratico repubblicano, né tanto meno quei beni materiali, quali la vita dei consociati e la loro incolumità personale, da quei gravi fatti che potrebbero essere commessi da associazioni di stampo eversivo o terroristico.

Risulta inquietante il rifiuto, opposto da molti miei colleghi e giuristi, di discutere dei Servizi, come se ci si trovasse di fronte a una qualche forma di magia esoterica dagli esiti oscuri. Dovremmo certo rammentare il passato, conoscendo quella parte di storia italiana in cui alcuni appartenenti a tali apparati infangarono le istituzioni che rappresentavano; ma, allo stesso modo -cosa che, ahimè, non avviene- si dovrebbe altresì rammentare la storia di quanti, appartenenti ai Servizi di informazione, si sono immolati per la sicurezza della Repubblica. Volendone ricordare uno per tutti, non si può non pensare al dott. Nicola Calipari. Funzionario della Polizia di Stato, poi transitato nei ruoli del SISMI, morì il 5 marzo 2005 sulla strada per l’aeroporto di Baghdad, coprendo con il proprio corpo la giornalista del quotidiano il manifesto Giuliana Sgrena dal fuoco amico di un militare statunitense.
Di intelligence bisognerebbe parlare sempre di più, e non solo in relazione alle attività degli apparati di informazione ma -come rammenta il prof. Mario Caligiuri nel volume Intelligence edito da Treccani- anche come fatto culturale grazie al quale interpretare la complessità nella quale siamo giornalmente immersi, cercando di mantenere quella lucidità che, in un mare di disinformazione, Harari definisce potere.



Le ombre dell’intelligence” trae ispirazione dall’esposizione fotografica che si è svolta a Soveria Mannelli, nell’ambito della quarta edizione dell’Università d’estate sull’intelligence. Una mostra che ha rappresentato le luci e le ombre, il mistero e la rivelazione e il delicato equilibrio tra il tangibile e l’invisibile, illuminando il valore dell’intelligence nella società contemporanea. 




Scritto da Saverio Morello 

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